martedì, 22 Settembre, 2020
Politica

È Il Populismo il primo nemico del Mezzogiorno

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Sono passati appena due anni dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018, ma la sensazione che si avverte è che, con il governo giallorosso e la pandemia ancora in atto, sia trascorsa da quel dì non una breve stagione politica ma una lunga era glaciale. La mattina del 5 marzo, a scrutinio ormai concluso, sembrava che in Italia fosse scoppiata la rivoluzione. E non era per niente un abbaglio. Era tutto vero! “La nuova Italia è di Salvini e di Di Maio” titolavano i giornali italiani. Mentre la stampa estera informava il mondo intero che “In Italia vincono populisti ed euroscettici”. Nel Mezzogiorno, per il Movimento 5 stelle, fu un trionfo assoluto. I Grillini sfondavano in tutte le Regioni del Sud, con percentuali che in alcuni casi superavano il 40 per cento: 40,06 in Campania, 42,52 in Molise, 43,31 in Puglia, 40,10 in Basilicata, 40,74 in Calabria, 47,36 in Sicilia. Primo anche in Valle d’Aosta (27,36) e nelle Marche (34,22). In poche parole, sul Mezzogiorno, più che una slavina, si abbatté una vera e propria valanga populista. Ma, come sempre accade, il diavolo fa molto bene le pentole ma dimentica i coperchi. Si vide subito che il Movimento 5 stelle non ce l’avrebbe fatta a governare da solo. La sua fu una “vittoria mutilata”. Senza la maggioranza assoluta dei seggi, fu costretto, suo malgrado, a scendere a patti con la Lega. E così il mantra della “Beata Solitudo” al Governo, fu subito sconfessato dall’alleanza con un partito pieno di pulsioni xenofobe, razziste e soprattutto antimeridionali. È bastato un solo anno di governo gialloverde per verificare che quell’improvviso e frettoloso matrimonio era in realtà un’operazione politica contro natura. E siccome la politica è spietata, il giocattolo populista resse, alla prova del Governo, “l’espace d’un matin”. I No-Tav, i No-Triv, i No-Tap furono bruscamente sconfessati e si impose, anche per loro, la dura legge del confronto, della mediazione e del compromesso. La Politica, intossicata dal populismo e dalla propaganda un tanto al chilo, si prese la rivincita e l’anno successivo, il 2019, inferse un duro colpo al Movimento 5 stelle. Dopo 12 mesi di governo, non dopo 12 anni, perde alle Europee ben 6 milioni di voti. Da Movimento Rivoluzionario a Illusione Ottica, il passo è breve. Nemmeno il matrimonio con gli odiati piddioti riesce ad arrestare il loro declino. Sulla loro esperienza amministrativa, poi, è meglio stendere un velo pietoso. I casi di Roma e Torino hanno dimostrato al mondo intero che la parola “Onestà”, in politica, se non viene declinata con l’esperienza, la capacità e la professionalità, è tutta fuffa, aria fritta, vuoto pneumatico. Non serve a niente. Anzi, come dimostra il nullismo amministrativo della Sindaca Raggi qui a Roma, hanno aggravato i problemi, fino a creare vere e proprie emergenze sanitarie, vedi quella sui rifiuti, poco prima che scoppiasse la pandemia. E se allarghiamo lo sguardo alle amministrazioni del Mezzogiorno, balza subito alla nostra attenzione un dato molto singolare. Il Movimento 5 stelle e cioè la quintessenza del populismo applicato alla politica, pur essendo il partito più votato alle politiche del 2018 nel Mezzogiorno, non governa nemmeno una Regione del Sud. E’ possibile? Certo che è possibile, perché sul territorio devi essere attrezzato. Non basta sproloquiare e sbraitare contro la Casta. Per questo, basta bivaccare nei vari Bar dello Sport. Se invece vuoi cimentarti nel foro pubblico, allora la musica cambia. Devi proporre soluzioni, presentare progetti, devi essere un amministratore stimato, capace, preparato. Tutte qualità che si conquistano innanzitutto con la professione e poi con una lunga esperienza politica nei consigli circoscrizionali, comunali e regionali. Il più grande abbaglio dei meridionali, alle politiche del 2018, fu quello di credere ciecamente ai proclami grillini. È stato un autentico fuoco di paglia, come lo fu l’Uomo Qualunque di Giannini nei primi anni cinquanta. Vi ricordate gli slogan urlati nelle piazze? I politici sono tutti mascalzoni, ladri e farabutti. Il Parlamento? È un sinedrio di mafiosi, intrallazzatori e nullafacenti. Il popolo lavora e loro mangiano pane a tradimento. È da questa narrazione, da questa “filosofia politica” che nasce il Referendum per il taglio dei parlamentari. Quando nelle piazze del Sud veniva ripetuto fino alla paranoia che in Parlamento ci sono poltrone e non seggi; che i rappresentanti del popolo hanno solo privilegi e non prerogative costituzionali; che bastano pochi click da remoto per approvare una legge dello Stato, allora è chiaro a chi non porta il cervello all’ammasso dove si vuole andare a parare. Nel Mezzogiorno, le sirene populiste non si sono svelate solo ora con i Di Maio e i Di Battista. Vengono da lontano, da molto lontano. Al Sud, dove purtroppo il Senso civico e l’Etica del servizio stentano a diventare patrimonio pubblico, il Popolo, soprattutto nei momenti di crisi, viene rappresentato come una Entità Pura. Una specie di Comunità vivente pre-politica e pre-civile. Come se fosse uno Stato di Natura, alla stregua di quanto sosteneva Jean Jacques Rousseau. Al suo interno non sono ammesse distinzioni. Chi dissente è un traditore e un rinnegato. Il populismo, poi, ha una concezione tutta particolare del conflitto politico. Non esistono culture diverse. Non esiste la dialettica sociale. Non esiste più né destra né sinistra. Esiste solo una contrapposizione verticale tra il Popolo, immaginato e vissuto nella sua incontaminata purezza e le odiate Elites, percepite come una manica di usurpatori, un’accozzaglia di privilegiati, una congrega di furfanti e mascalzoni.

Durante la campagna elettorale del marzo 2018, i populisti fecero una solenne promessa ai meridionali. Se vinciamo noi, dissero, cacceremo una volta per tutte quella oligarchia usurpatrice, questo corpo estraneo che opprime la società. Provvederemo noi a restaurare un’autentica sovranità popolare che sarà esercitata non più attraverso i riti e le mediazioni della vecchia politica (Parlamento, Governo, Partiti) ma attraverso la Rete. Una specie di “Essere Supremo”. Come quello che veniva invocato da Robespierre nei suoi proclami rivoluzionari, poco prima che instaurasse il Terrore. In poche parole, la panacea di tutti i mali dovrà realizzarsi con un Governo di salute pubblica per bonificare dalle fondamenta la Società e lo Stato. A pensarci bene, anche questo Referendum del 21 settembre, nella simbologia populista, vuole trasmettere diversi messaggi. Non è solo un banale taglio di 315 poltrone. Esprime qualcosa di più profondo e subdolo. Dietro questo Referendum si nasconde un disprezzo totale verso il ruolo e le funzioni del Parlamento. In ultima analisi, nella democrazia diretta invocata dai grillini, a che serve il Parlamento? È solo un poltronificio pieno di fannulloni. Perché riunirsi, discutere e contrapporsi, se basta un pronunciamento diretto del popolo per approvare le leggi? Si parva licet…, la Rete è stata concepita da Grillo e Casaleggio come Robespierre e Saint-Just immaginavano l’Essere Supremo. Sempre a proposito di Robespierre, Lucio Villari, nel saggio a lui dedicato nella collana dei Ritratti storici editi da “Repubblica”, così descrive l’ideologia del grande rivoluzionario. “Cominciò dunque – scrive Villari – col delineare l’idea che questo richiamo alla virtù dovesse essere così totalizzante, dovesse essere il principio egemone della Rivoluzione stessa, che praticamente bisognava creare uno Stato senza opposizione interna, una Francia unita nello spirito della Rivoluzione, nell’esercizio della virtù del popolo e nel valore etico dell’Essere Supremo: era necessario pervenire a questo obiettivo a costo di distruggere definitivamente gli ostacoli che si fossero opposti dinanzi”. La storia, però, ci ricorda che Robespierre, da Incorruttibile Rivoluzionario, si trasformò ben presto in un feroce e sanguinario Dittatore. Fu inghiottito da quella stessa rivoluzione che aveva alimentato. E, nel Termidoro del 1794, fu arrestato e condotto alla ghigliottina.

Poche settimane fa, in uno dei suoi tanti criptici messaggi diffusi sul suo blog, Beppe Grillo ha voluto scimmiottare Robespierre. Ha detto che per il suo Non Partito, per il suo ormai anarchico e moribondo Movimento, auspica la purezza delle origini, un ritorno alla Rete. Per il suo Movimento non vuole né sedi, né soldi, né dialettica al suo interno. Non vuole sentir parlare di congressi, né tantomeno è disposto a tollerare il dissenso sulle sue decisioni. Prova ne sia il sonoro sbeffeggiamento che ha riservato al povero Alessandro Di Battista, definito prima un guerriero e poi una marmotta che ha smarrito la percezione del tempo politico. Sul referendum del 21 settembre, sembrava che si dovesse risolvere tutto in una marcia trionfale del “Si”. E invece le cose stanno andando un po’ diversamente da come l’aveva immaginato il Movimento 5 stelle. Persino il Professor D’Alimonte invita alla cautela, quando dice che è molto probabile che al Referendum vinca il Si. Ma, al tempo stesso, invita a non sottovalutare la rimonta del No. “I nostri sondaggi sono chiari – ha spiegato il professor D’Alimonte – il No si attesta intorno al 40-45%, ed è in crescita. In Toscana arriva al 50%. Certo, i numeri sono ballerini, ma la lacerazione c’è. La Lega vive una situazione analoga, con i No che in Puglia sono addirittura maggioranza”. Ecco la notizia: In Puglia potrebbe vincere il No. E forse anche nell’altra regione, in quella Campania dello sceriffo-presidente De Luca, potrebbero esserci sorprese. L’unica certezza è che nel Mezzogiorno i populisti stanno arretrando, così come i leghisti di Salvini, nel resto del Paese. Ovunque il Movimento 5 stelle è in caduta libera, vittima delle sue profonde e insanabili contraddizioni. E forse, chissà, potrebbe essere proprio il Mezzogiorno a dare il ben servito a quei tanti sanculotti che ora siedono, immeritatamente, sulle comode e vellutate poltrone della casta.

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