mercoledì, 21 Ottobre, 2020
Politica

Se vince il Sì se vince il No

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L’esito del referendum confermativo sul taglio dei parlamentari non è scontato. Nonostante la quasi unanimità con cui la riforma è stata approvata nella quarta votazione, i ripensamenti sono tanti perfino all’interno del Movimento 5 Stelle principale sostenitore di questa squinternata operazione.

Come abbiamo già scritto, se il problema è risparmiare una cinquantina di milioni l’anno di spese di funzionamento delle Camere non era necessario scomodare la Costituzione. Il Movimento 5 Stelle poteva proporre il taglio di 4500 euro dei rimborsi spese dei parlamentari, che sono eccessivi rispetto alle reali esigenze dei rappresentanti del popolo. Hanno preferito la strada più comoda ma più pericolosa della riduzione del numero degli eletti. Ben altro impatto avrebbe avuto sui cittadini la decisione di dimezzare i rimborsi spese: forse avrebbe dato un segnale di consapevolezza della crisi, di concreta volontà di “essere come gli altri italiani” e avrebbe fatto recuperare credibilità alla classe politica. Si è preferito invece intaccare i meccanismi della democrazia senza valutarne le conseguenze e conservando i privilegi. Bella coerenza…

Ma veniamo al referendum.  il fronte del No, inizialmente timido, ha preso coraggio e sta alzando, giustamente, la voce. Si spera che i media pubblici e privati diano il giusto spazio che meritano agli argomenti del No e bisogna pretendere che il confronto non venga ridotto ad una sfida inesistente tra chi difende la cosiddetta “casta” e chi la vuole smantellare. Sarebbe un inganno grave ai danni dell’opinione pubblica e il trionfo della peggiore delle ipocrisie.

Gli schieramenti si stanno delineando almeno sulla carta. Formalmente M5S, Lega e Fratelli d’Italia difendono a spada tratta il Si. Ci hanno messo la faccia e non possono perderla. Difficilmente Forza Italia   seguirà la corrente populista né lo farà Italia Viva. Il Pd è ancora in sospeso. Si sa che accettò di votare la riforma-che per tre volte aveva bocciato- perché era la prima delle dieci condizioni poste da Di Maio per formare il nuovo Governo. Oggi Zingaretti è tirato per la giacchetta da molti che vorrebbero un pronunciamento per il No. Si capisce l’imbarazzo del leader del Pd. La via d’uscita è lasciare libertà di scelta ai propri seguaci ed elettori argomentando che quella riforma non è stata accompagnata, come previsto dagli accordi, da una modifica della legge elettorale e quindi è da considerarsi sospesa. Zingaretti non ha altra scelta: se si schiera per il Si sarà accusato di essere succube della deriva populista dei 5 Stelle, se si schiera per il Noi passerà per un incoerente voltagabbana che non rispetta gli impegni e contraddice sé stesso.

Il Pd e anche i 5 Stelle sanno benissimo che quale che sia l’esito del referendum non ci possono essere ripercussioni gravi nella maggioranza di Governo: si prenderà atto della volontà del popolo e si andrà avanti. Insomma, non il referendum non è un’ordalia per Conte, che farebbe bene a chiamarsi fuori da questa tematica. Però l’esito non sarà senza conseguenze di lungo periodo.

Se vince il Sì, il Movimento 5 Stelle canterà vittoria, potrebbe rialzarsi nei sondaggi e tutto il fronte populista accenderà i falò su cui rischia di bruciare la nostra democrazia rappresentativa. Un’ondata di antipolitica potrebbe nuovamente innescarsi, delegittimando ulteriormente le istituzioni e favorendo il disegno -a suo modo eversivo- del populismo che mette i leader al di sopra delle regole e conferisce ai demagoghi l’illegittimo potere di farsi beffa di principi e procedure in nome del presunto supremo interesse del popolo che proclamano di rappresentare. È una deriva pericolosissima e avrebbe conseguenze economiche anche sui prossimi passaggi che l’Italia deve affrontare in Europa: Macron, Merkel e l’ostico Rutte avrebbero buon gioco nel diffidare di un Paese che diventasse il simbolo del populismo contro cui loro combattono in casa.  Una grave conseguenza ci sarebbe per la leadership di Zingaretti che sarebbe accusata di non aver contrastato a sufficienza l’antipolitica. E questo potrebbe inasprire il confronto interno al Pd che finora il segretario con abilità ha tenuto sotto controllo. Insomma, anche senza crisi di governo, l’instabilità politica aumenterebbe.

Se vince il No sarà una bella notizia per chi vuole un’Italia seria e non dominata da slogan ipocriti e demagogici e segnerà la più grande sconfitta del populismo che dovrà rivedere linguaggi, schemi e strategie. La vittoria del No  sarebbe una doccia fredda soprattutto sui 5 Stelle che sarebbero costretti a fare quel salto di qualità che da tempo auspichiamo: abbandonare la strada delle frasi ad effetto ed essere più concreti anche nella richiesta di una migliore qualità della politica senza indebolire la democrazia rappresentativa; staccarsi dal carro populista dove ormai la biga Salvini e Meloni galoppa da sola e diventare un partito moderno riformatore capace di far crescere una classe dirigente politica perbene;  riscoprire i veri valori del Movimento buttando nel cestino le scorie che distorcono la messa in pratica di quei valori.

Il referendum che bocciò la riforma di Renzi non produsse grandi conseguenze: Renzi lasciò e arrivò Gentiloni. Questo referendum non toccherà il Governo ma potrebbe lasciare ferite gravi e profonde nella democrazia o segnare una inversione di rotta positiva per il rinsavimento della politica.

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