giovedì, 24 Settembre, 2020
Attualità

La geopolitica degli aiuti. Dall’Italia al Libano

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Durante i primi mesi della pandemia abbiamo assistito ad una gara di solidarietà verso il nostro Paese molto apprezzata da tutti i cittadini. Vari Paesi tra cui Cina, Russia, Stati Uniti, Albania, Cuba, hanno inviato aiuti e personale medico al fine di supportare i nostri sanitari nella dolorosa battaglia contro il Covid-19. Ricordiamo benissimo l’arrivo all’aeroporto di Fiumicino di una delegazione di medici cinesi (e dei relativi equipaggiamenti) pronti a trasferire le loro conoscenze sul virus ai nostri medici; oppure i militari russi esperti di guerra batteriologica che, a bordo dei loro mezzi, transitavano sul nostro territorio con lo scopo di sanificare le RSA del nord. Agli occhi dei meno attenti alle questioni internazionali, le varie iniziative hanno suscitato sentimenti di apprezzamento verso questi Paesi che si sono privati di proprie risorse, umane e materiali, per aiutare l’Italia in un momento così difficile. Chi segue le dinamiche internazionali, invece, non avrà potuto fare a meno di interrogarsi circa la presenza o meno di ulteriori finalità rispetto a quelle dichiarate dai nostri benefattori. Spesso, infatti, quando un Paese straniero corre in aiuto di un altro Stato, oltre che per finalità solidaristiche, lo fa anche per scopi politico-economici. Gli aiuti di stato internazionali rappresentano, invero, uno strumento della diplomazia per consolidare relazioni internazionali con Paesi di interesse. Per questo motivo Trump, una volta resosi conto delle dimensioni reali della crisi sanitaria e delle relative ripercussioni geopolitiche che questa avrebbe provocato, non ha tardato nel promettere il proprio aiuto al nostro governo probabilmente anche al fine di contenere le iniziative pseudo-solidaristiche, da leggere più realisticamente in termini di influenza, avanzate da Pechino e da Mosca.   

Si parla di geopolitica degli aiuti proprio per definire la competizione internazionale finalizzata ad aiutare uno Stato in difficoltà con lo scopo di consolidare la propria posizione internazionale in un quadrante geografico di interesse. 

E’ quello che, con modalità analoghe, sta accadendo in Libano, recentemente scosso da un’esplosione, provocata dall’incendio di un magazzino che conteneva 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio e che ha distrutto il porto e la zona circostante, provocando, lunedì, le dimissioni dell’intero governo libanese, accusato di essere responsabile dell’esplosione per negligenza nella gestione del sito. Tra i primi ad accorrere in aiuto del Paese dei cedri è stato Macron, il quale ha prontamente avviato una raccolta fondi con l’ONU in relazione alla quale la Conferenza dei donatori si è impegnata a trasferire alla popolazione libanese più di 250 milioni di euro a condizione che le autorità libanesi riformino il settore pubblico devastato dalla corruzione. La Francia non è stata l’unica ad offrire il proprio aiuto; Stati Uniti, UE, Lega Araba, Qatar, Egitto hanno fornito il loro supporto con iniziative di varia natura. Anche la Turchia si è fatta avanti mettendo a disposizione il porto di Mersin e i suoi magazzini da utilizzare per sostenere il Libano. Gli aiuti medico-sanitari offerti da Israele, invece, sono stati rifiutati a causa delle cattive relazioni diplomatiche tra i due Stati. 

La pioggia di aiuti, o di promesse di aiuto, rivolte verso il Libano, al di là dell’intento solidaristico, possono nascondere interessi di altro tipo. Vari sono infatti gli interessi di attori statali nella zona. D’altronde si sa, i vuoti lasciati da alcuni vengono subito riempiti da altri. Soprattutto con le dimissioni del governo il Libano rischia di diventare un nuovo teatro di competizione tra potenze con interessi nel mediterraneo, all’interno di un quadrante geografico, quello medio orientale, già fortemente provato da anni di scontri e conflitti vari. Vedremo se per gli aiuti offerti, sia all’Italia che al Libano, non verrà presentato il conto da parte di chi, inizialmente, ha teso la mano solo per aiutare. 

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