mercoledì, 5 Agosto, 2020
Attualità

Se manca il senso dello Stato vince l’omertà

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Le  varie vicende giudiziarie  su comportamenti illegali da parte di membri di apparati dello Stato hanno portato a galla un intreccio perverso molto preoccupante: la certezza dei criminali di poter contare su  una sorta di “solidarietà” di coloro che fanno parte della stessa istituzione, la disponibilità di altri colleghi a mostrare “comprensione” verso comportamenti illeciti e il terrore  psicologico di chi  vorrebbe opporsi a questo malcostume  e denunciare quello che sa ma teme ritorsioni.

In altri termini si tratta della configurazione tipica dell’omertà, un comportamento che per riflesso condizionato colleghiamo sempre e solo alle mafie ma che, purtroppo, si diffonde sempre più avvelenando le acque del nostro vivere comune.

L’omertà delle mafie è quasi sempre collegata ad una sorta di “militanza comune” anche se con livelli diversi di coinvolgimento nella stessa organizzazione criminale. L’omertoso che “copre” col suo silenzio comportamenti delittuosi in genere lo fa perché ne trae vantaggio, diretto o indiretto. Quando non c’è comunanza di interessi, nell’omertà mafiosa c’è condivisione del quadro di riferimento che vede la mafia sostituirsi allo Stato.

Nei casi giudiziari che hanno riguardato importanti apparati dello Stato, raramente l’omertoso ricava qualcosa dal suo silenzio e molto ancor più raramente scambia il suo tacere con favori. Il motivo principale per cui scatta questa tendenza all’omertà è da ricercarsi in un ossequio ad un malinteso spirito di gruppo.

In pratica, chi tacendo fa finta di non vedere i reati commessi da suoi colleghi mette al primo posto non il suo ruolo di servitore dello Stato ma quello di appartenente ad un’organizzazione specifica. Lo spirito corporativo prevale sul senso dello Stato.

È qui che si annida il cancro che corrode dall’interno le istituzioni. Per tutti i cittadini, ma soprattutto per i dipendenti pubblici e in particolare per chi appartiene alle forze dell’ordine e chi amministra la giustizia avere il senso dello Stato è una precondizione per poter svolgere il proprio ruolo. Senso dello stato viene prima e va oltre la legalità perché si possono anche non violare le leggi ma venir meno al rispetto delle istituzioni.

Nel corso degli ultimi 40 anni si è andata sempre più indebolendo l’idea che lo Stato sia la cornice all’interno della quale la vita pubblica si deve svolgere per tutelarne il corretto funzionamento e che interessi anche leciti di categoria e di gruppo di appartenenza vadano messi in secondo piano.

Il senso dello Stato impedisce di anteporre la tutela della propria organizzazione al rispetto per le istituzioni. In assenza del senso dello Stato il punto di riferimento diventa l’ambiente in cui il singolo dipendente pubblico è inserito.

E questo ecosistema viene percepito come una sorta di grande famiglia all’interno della quale si possono commettere sciocchezze o anche reati, tanto prevale la copertura reciproca e la convenienza a difendere quanto meno il “buon nome” dell’organizzazione.

Questo modo di percepire la propria organizzazione trasforma l’istituzione in una corporazione. Mentre l’istituzione ha come riferimento lo Stato, di cui fa parte come meccanismo vitale di funzionamento, la corporazione è autoreferenziale, pensa solo a stessa, a proteggere i propri soci, a nascondere le loro malefatte fino a quando non vengono scoperte da altri, il tutto in nome della “onorabilità” dell’organizzazione che deve essere difesa anche a costo di tollerare e coprire comportamenti scorretti e addirittura illegali. Omertà pura.

Se manca il senso dello Stato ogni istituzione nel suo complesso e ogni sua articolazione fino all’ultimo ufficio diventa una corporazione, un gruppo di potere chiuso e geloso delle sue prerogative, una sorta di tana in cui tutti cercano di trovare rifugio sicuro da possibili ingerenze esterne e per potersi coprire a vicenda.

L’omertà nasce quando il “noi” della singola organizzazione diventa più importante del sentimento di appartenenza allo Stato, inteso come l’insieme delle istituzioni da cui deriva la legittimità di qualsiasi organizzazione che opera non in nome di sé stessa ma sempre in nome della collettività pubblica statale. In questo modo ogni istituzione o organizzazione diventa un affare privato di chi ne fa parte e perde ogni valore. Siamo alla privatizzazione delle istituzioni.

L’idea che ogni posizione pubblica, che sia amministrativa, giurisdizionale o politica possa essere utilizzata per coltivare interessi personali e o di gruppo porta a pensare che ciascuna organizzazione abbia una sorta di “autodichia” cioè un diritto di darsi le regole da sola ponendosi così sopra la legge. Purtroppo è quello che capita e che emerge con intollerabile prepotenza nelle intercettazioni telefoniche di tanti che dovrebbero essere servitori dello Stato ma pensano invece che sia lo Stato che debba mettersi al loro servizio.

Il senso dello Stato va inoculato nelle menti dei nuovi cittadini fin dalle scuole elementari e poi andrebbe testimoniato da chi lo Stato lo rappresenta in primis i politici e a seguire i livelli apicali di tutte le istituzioni.

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