mercoledì, 5 Agosto, 2020
Politica

Fare i conti con Conte

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Fino a qualche giorno prima del lungo vertice europeo erano in tanti, inclusi autorevoli commentatori politici, a prefigurare l’imminenza di una crisi di governo o -almeno- di un rimpasto. Qualcuno di mente ardita si era spinto persino ad ipotizzare un patatrack con lo scioglimento delle Camere, subito dopo il referendum confermativo del taglio dei parlamentari che si terrà con le Regionali a settembre. I vari scenari ipotizzati ruotavano intorno alla figura di un Presidente del Consiglio considerato debole, privo del sostegno dell’ex capo politico dei 5 Stelle, preda di facili agguati dell’opposizione o di imboscate di una maggioranza litigiosa.

Il rientro in patria di Conte, sul carro di trionfo dei 209 miliardi ottenuti dall’Europa senza condizionalità modello Troika e senza umilianti controlli capestro, ha obbligato gli aruspici a cambiare metodo di consultazione delle viscere della politica per scrivere nuove e suggestive sceneggiature.

Noi preferiamo stare ai fatti. Pochi avrebbero scommesso che Conte, con l’aiuto di Francia e Germania, sarebbe riuscito a spuntarla addirittura aumentando di 37 miliardi la dote degli aiuti europei. In politica contano i risultati e le chiacchiere stanno a zero.

Quando arrivò in taxi due anni al Quirinale per ricevere l’incarico di formare il governo giallo-verde, l’avvocato Conte sembrava un re travicello in balìa degli umori incontrollabili di due condottieri vincenti come Di Maio e Salvini. Chi avrebbe mai immaginato che nel volgere di due anni Conte sarebbe riuscito ad umiliare sia l’uno che l’altro mettendo fuori gioco entrambi?

Nessuno. Eppure è andata così. Un anno fa, dopo aver per 12 mesi fatto il notaio delle prepotenze di Salvini e delle acquiescenze di Di Maio, Conte da mite esecutore di ordini altrui aveva imbracciato la spada del riscatto e in Parlamento, il 20 agosto, aveva strapazzato Salvini, all’apice della sua gloria, dopo il successo alle europee, di fatto sbattendolo fuori dal Governo. Spalleggiato da Grillo, con pazienza, Conte era riuscito ad evitare che Di Maio cedesse alle lusinghe del leader leghista che aveva promesso all’allora capo politico dei 5 Stelle la Presidenza del Consiglio per impedire la formazione del governo giallo-rosso. Formato il Governo, Conte era tornato a svolgere un compito apparentemente di secondo piano senza poter primeggiare a causa dei difficili rapporti tra Pd e M5S e dell’offensiva baldanzosa di Renzi, convinto di aver scelto il momento giusto per andarsene dal Pd.

Privo di un suo partito e di un suo gruppo parlamentare, Conte ha fatto il mediatore, ha saputo smussare gli spigoli delle forze di maggioranza e ha migliorato, di molto, i rapporti con l’Europa. Poi è arrivato il Covid e Conte si è visto proiettato a fronteggiare un’emergenza sanitaria senza precedenti. Se l’è cavata abbastanza bene, nonostante la problematica gestione di una sanità affidata alle competenze di 20 Regioni. Non si è perso d’animo, non ha comunicato ansia ai suoi cittadini e, con qualche eccesso di conferenze stampa e parecchi errori di comunicazione, alla fine è riuscito a superare la prima ondata della pandemia conquistando credibilità. Poi è arrivata l’emergenza economica e Conte si è barcamenato adottando valanghe di provvedimenti che si sono rivelati a lento rilascio, per colpa di chi ha scritto le leggi che avrebbero dovuto rendere rapido il pronto soccorso all’economia paralizzata e a milioni di persone e di attività soffocate dall’impossibilità di lavorare e di produrre.

Nel frattempo la politica politicante era stata messa in sordina dalla devastazione economico-sociale che poco spazio concedeva ai comizianti. La gente aspettava cose concrete che arrivavano, con ritardo e spesso con scelte confuse da parte di ministri non proprio eccellenti.

L’Europa è stata la carta vincente che Conte ha saputo e potuto giocare, anche per merito soprattutto di Macron che ha convinto Merkel ad accettare la condivisione del debito per sostenere la ripresa dopo il grande crollo dell’economia.

Di Maio, dimissionario da 6 mesi, ha perso terreno nel Movimento, e invece di diventare il tutore politico di Conte si è disperso in giochi interni fino al punto da consentire a Di Battista di inserirsi come sostenitore del Presidente del Consiglio. Sicché, un anno dopo aver messo fuori della maggioranza Salvini e avergli fatto perdere il 10% dei voti riportati alle elezioni europee, Conte sembra aver definitivamente emarginato il ruolo di Di Maio nei 5 Stelle ed essere diventato il punto di riferimento di un’area molto vasta che raccoglie la parte meno populista e più concreta dei pentastellati e svariate componenti centriste in cerca di una casa, dopo il forte indebolimento di Forza Italia.

In soli due anni, dunque, un bilancio incredibile per uno che politico non è mai stato e che, aiutato dalla crisi e dall’Europa, ha imparato in fretta le sottili arti della imperscrutabile politica italiana.

Renzi e Berlusconi, due cavalli di razza, lo hanno capito con qualche settimana di anticipo rispetto ad altri e si sono riposizionati. E ora tutti dovranno fare i conti con Conte.

Ora però il Presidente del Consiglio deve vincere la terza partita, e il suo avversario non si chiama né Salvini né di Maio, ma la storica incapacità dei governi a produrre decisioni efficaci, di rapida attuazione e con una visione ambiziosa del futuro dell’Italia.

Conte imparerà anche l’arte del buongoverno? Bisogna augurarselo e stimolarlo a farlo, anche con analisi politiche serene, propositive e non “neroniane”. A nessuno gioverebbe un fallimento del governo in questo passaggio storico cruciale. Se tutti devono fare i conti con Conte, Conte deve fare i conti con i mali cronici del non-governo e dimostrare di saperli superare.

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