venerdì, 5 Marzo, 2021
Lavoro

Il lavoro c’è, i lavoratori no… miracolo italiano

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L’Italia non conosce se stessa. E c’è sempre da stupirsi per verità che emergono all’improvviso e ci fanno chiedere: ma in che in Paese viviamo?

Due dati sconcertanti diffusi nelle scorse settimane obbligano ad una seria riflessione sui rapporti tra mercato del lavoro e istruzione.

Con grande stupore abbiamo appreso che mancano medici specialisti e che aziende sanitarie locali e ospedali chiedono a medici pensionati di ritornare al lavoro o si rivolgono a Paesi come la Romania per reclutare personale qualificato

Con altrettanta meraviglia abbiamo  ascoltato il Presidente di Fincantieri, Giuseppe Bono, che, sconsolato,  ha rivelato che l’azienda leader europea nella cantieristica navale con fatturato in crescita e commesse per i prossimi 10 anni è in affanno perchè non trova carpentieri e altre figure professionali richieste da quel tipo di settore.

Cosa vuol dire tutto questo? Che viviamo in una condizione schizofrenica. Scuola e università ignorano le esigenze del mercato del lavoro, imprese e istituzioni non dialogano adeguatamente e questo porta a fenomeni aberranti.

Nella sanità non c’è alcuna programmazione nazionale che fissi quanti e quali tipi di medici serviranno negli anni a venire: e tale mancanza di programmazione si riflette anche nella politica del ministero dell’Università che dovrebbe destinare risorse adeguate a preparare le figure professionali che servono in medicina.

Ovviamente questa programmazione deve essere strategica e non di breve periodo: occorrono anni e anni per preparare bravi specialisti e se non si interviene in anticipo ci si ritrova nella situazione assurda che vivremo nei prossimi anni: tanti giovani disoccupati, tanti bravi medici italiani che lavorano all’estero e tanti medici che l’Italia dovrà “importare” dall’estero. La colpa non è del numero chiuso ma della inadeguata destinazione delle risorse per l’Università. E’ giusto che ci sia un numero chiuso di studenti ammessi a frequentare corsi di specializzazione; ma se servono più specialisti bisogna aumentare i corsi di specializzazione e dotarli di adeguate strutture didattiche e di laboratorio.

Cosa fanno le Regioni che hanno i pieni poteri nella Sanità? Perchè non elaborano dei piani pluriennali per stabilire quali sono le esigenze future nelle varie specialità della medicina e presentare così al Governo centrale un piano strategico? E cosa fanno il Ministero della Sanità e quello dell’Istruzione, Università e Ricerca scientifica? Perchè non dialogano tra loro e non programmano adeguatamente quanti e quali corsi di specializzazione devono essere attivati per coprire le necessità?

Discorso, in parte simili, e vale anche per i carpentieri di Fincantieri. I casi sono due: o ci sono tanti  carpentieri formati e preparati per praticare questa attività e non vogliono farlo perché preferiscono altri lavoretti considerati meno “umilianti” e/o impegnativi oppure non c’è un numero sufficiente di figure professionali di questi tipo.

Nel primo caso chi rifiuta di questo lavoro, senza motivazioni mediche o personali gravi, dovrebbe perdere il diritto ad avere sussidi vari come reddito di cittadinanza o altro.

Nel secondo caso bisogna chiedersi perché le Regioni ignorino le esigenze del mercato del lavoro e non organizzino corsi di formazione per le professioni più richieste dal mondo della produzione. Occorre una volta per tutte rompere il muro che separa il mondo delle imprese e dei servizi da quello della Scuola e Università che spesso si muovono come realtà autoreferenziali.

Non si deve aver paura di adeguare i corsi di istruzione alle esigenze del mercato in nome dell’autonomia  delle istituzioni scolastiche. Se Regione per Regione le medie superiori e gli atenei programmassero le proprie offerte formative e i piani di studio ascoltando le esigenze del mondo del lavoro e della produzione non farebbero niente di male, ma solo una parte importante del loro dovere.

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