martedì, 24 Novembre, 2020
Attualità

La maglia della salute

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Il problema che a questo punto dell’epidemia ci dobbiamo porre è se convivere con il coronavirus o se subirne la dittatura.

Credo fortemente nella scienza medica, ho vaccinato me stesso ed i miei figli ogni volta che i medici me lo hanno consigliato. Devo la mia stessa vita – dal 2010 al giorno che Dio vorrà – al grande intuito clinico di due amici scienziati ed alle loro (per me) sconvolgenti diagnosi ed ai grandi chirurghi cui mi hanno affidato.

Non sono mai stato, però, ipocondriaco; ho sempre bevuto acqua fredda; non ho mai indossato la maglia della salute; dormo più nudo di Marilyn Monroe, non indossando, per un residuo machismo, neppure la mitica goccia di Chanel n. 5.

I medici mi hanno dato prescrizioni terapeutiche che ho seguito pedissequamente, senza se e senza ma. Mi hanno anche dettato comportamenti ed evidenziato divieti: ma loro stessi mi hanno fatto capire che se li avessi seguiti in pieno non sarebbe valsa la pena essere sopravvissuto. Con prudenza, quindi, e spero anche con intelligenza, faccio anche ciò che mi è vietato: compreso – per passione e per necessità, vivo di quello, da lavoratore autonomo – lo sfinirmi di lavoro, anche oltre il mio limite anagrafico e fisico.

Insomma, come diceva Marcello Marchesi (per i più giovani: poliedrico scrittore, regista e attore, mitico televisivo “Signore di mezza età” nel 1963, traduttore dei primi Asterix), voglio che la morte mi colga vivo.

La mia, certamente, è una scelta personale: che ho riferito non per proporla come modello, ma per chiedere che venga rispettata.

Abbiamo tutti accettato di vedere sospesi per un tempo ragionevole che è già passato, per motivi sanitari, nostri diritti naturali prima ancora che costituzionali.

Perfino il Governo ha compreso che tale sospensione non può durare oltre. A malincuore, quindi, con molti timori, e con i suoi consulenti virologi ed epidemiologici che per sicurezza predicono sciagure mentre, sull’onda dell’inaspettata notorietà mediatica, sono intenti a scrivere il loro libro di Natale (vedremo tra breve quanti ne usciranno), si sta avviando in Italia una nuova fase.

Fase che, stando agli annunci, alle precisazioni ed ai distinguo di ogni Regione, sembra essere pervasa dall’endemica, cronica ed inguaribile malattia italiana: prescrizioni minuziose fatte non per agevolare la ripresa delle attività lavorative, ma per esonerare da responsabilità i poteri pubblici che le hanno dettate, riversando le responsabilità sulle parti private che non le avranno rispettate, perché oggettivamente inattuabili. E, alla bisogna o a dispetto, sanzionare gli stessi già vessati imprenditori.

I problemi da risolvere sono tanti, ma tale proliferare di norme (il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, ha pesato in TV ben otto chilogrammi di provvedimenti “organizzativi” dei soli uffici giudiziari della Capitale) significa non la conclamata convivenza col coronavirus – cosa possibile, già convivendo l’uomo con tantissime malattie, anche mortali, che non hanno un vaccino -, ma il subirne la dittatura.

Significa imporre con la forza del potere limiti alla libertà costituzionale che, francamente, sono sempre più insopportabili e che, non condivisi col resto della comunità internazionale già in moto, mettono l’economia italiana all’angolo.

Davide Terracina, docente di Diritto Penale alla Lumsa di Roma, in un suo lucido e colto scritto dei primi di maggio (su 24Plus de Il Sole24ore), si chiedeva “Cittadini o sudditi nella Fase 2?”, sostenendo la necessità – per ridare dignità allo Stato di Diritto, umiliato ed indebolito quando ha sudditi e non cittadini – di esaltare la responsabilità individuale, anche superando il (falso) cliché dell’italiano indisciplinato. E portando l’esempio di altri Paesi che proprio all’autoresponsabilità dei cittadini si erano affidati.

La sensazione personale di chi scrive è che la responsabilizzazione del cittadino, senza l’imposizione di divieti, fa paura al potere: che si sente più rassicurato dall’imporre un “vietato” che lo mette al riparo dalla sua stessa incapacità.

Un po’ come quando in una certa città caratterizzata da buche assassine sull’asfalto si imponeva l’irragionevole limite di velocità di dieci chilometri orari su una strada a sei corsie: così, se fosse successo un incidente, la colpa sarebbe stata di chi quel divieto avesse infranto, non di chi non aveva saputo garantire la manutenzione e la sicurezza della strada.

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