giovedì, 9 Luglio, 2020
Sanità

Sanità, il personale supera i 55 anni

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L’invecchiamento degli operatori dovuto all’innalzamento dell’età pensionabile e alle mancate nuove assunzioni. E sugli stipendi vincono i dirigenti amministrativi sui medici. Il report dell’Istat.

Una sanità pubblica nelle mani di ultra cinquantenni dove ci sono significative differenze retributive tra medici, dirigenti amministrativi e personale.
Il problema dell’invecchiamento, inoltre, si annuncia come un prossimo ulteriore crollo degli organici del personale medico e infermieristico, dopo quelli pensionistici registrati con Quota 100. L’invecchiamento del personale sanitario sarà un tema che dominerà la riorganizzazione degli ospedali nel dopo emergenza Coronavirus. Lo stato dell’arte su età, stipendi e differenze retributive tra enti pubblici, arriva da un’indagine dell’Istituto di statistica nazionale sul personale del Sistema sanitario in cui si evidenzia il progressivo invecchiamento degli operatori: “Le politiche di innalzamento dell’età pensionabile insieme all’applicazione di normative volte al contenimento delle assunzioni hanno portato a un innalzamento dell’età media dei dipendenti del Ssn, pari a 50,7 anni. L’età media degli uomini è più alta di quella delle donne, 52,3 anni contro 49,9. Il 57,6% del totale dei dipendenti nella sanità è ultracinquantenne”, si legge nel rapporto. L’inchiesta mette in fila numeri e prospettive del Sistema sanitario nazionale.

Al 31 dicembre 2018, sono occupati nella sanità pubblica circa 650 mila dipendenti a tempo indeterminato, un quinto del personale stabilmente assunto nella pubblica amministrazione. A partire dal 2009 gli occupati a tempo indeterminato si sono progressivamente ridotti. Nel 2018, se ne contano circa 44 mila in meno (da 694 mila a 650 mila)”, evidenzia l’Istat.

L’occupazione nella sanità pubblica è stata in questi anni nel mirino dei piani di rientro della spesa, che hanno contratto in modo significativo le assunzioni e favorito le uscite.

L’Istat ha rilevato che “dal 2009 si è registrata una progressiva riduzione degli occupati a tempo indeterminato per effetto delle politiche di contenimento della spesa per il personale nel settore pubblico e, soprattutto, dell’applicazione in alcune regioni dei piani di rientro della spesa sanitaria. Tra il 2009 e il 2018”, calcola l’Istituto, “la diminuzione complessiva è stata di circa 44mila unità (-6,4%). Tale riduzione è stata solo parzialmente compensata dall’innalzamento dei requisiti per l’accesso alla pensione – che, trattenendo i lavoratori più anziani, ha velocizzato il processo di invecchiamento del personale – e dalla crescita del ricorso al lavoro flessibile (a tempo determinato e in somministrazione). Nel 2018, gli occupati con forme di lavoro flessibile sono circa 42mila, contro i 38 mila del 2009 e i 31 mila del 2013”.

Ma la diminuzione più marcata di personale stabile (-13,5%) ha riguardato i dirigenti non medici (con ruoli tecnici, amministrativi o professionali, inclusi i sanitari non medici). “Il maggior ricorso – sottolinea l’Istat – a forme di lavoro flessibile (+64%), infatti, è riuscito a compensare solo un quarto delle cessazioni.

Tra i medici (inclusi odontoiatri e veterinari) la contrazione del personale stabile è stata del 5,4%; anche in questo caso solo un quarto delle cessazioni è stato controbilanciato dall’incremento del lavoro flessibile (+26%”). C’è poi l’ulteriore capitolo del “personale non dirigente – che include amministrativi, sanitari, professionali e tecnici”, anche in questo contesto si è registrata una diminuzione, pari a 34.600 unità (-6,3%) che ha portato il numero di dipendenti a tempo indeterminato a circa 518 mila dai 553 mila del 2009.

“Il ricorso a personale flessibile (+5,3%), per il 20%@, scrive l’Ustat, “rappresentato da prestazioni in somministrazione, ha solo minimamente compensato la riduzione di personale stabile”.

Tra tagli di organico e mancate assunzioni si è arrivati all’età media dei dipendenti sopra i 50 anni. L’Istat rimarca poi come “le politiche di innalzamento dell’età pensionabile insieme all’applicazione di normative volte al contenimento delle assunzioni hanno portato a un innalzamento dell’età media dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, pari a 50,7 anni. L’età media degli uomini è più alta di quella delle donne, 52,3 anni contro 49,9. Il 57,6% del totale dei dipendenti nella sanità è ultracinquantenne (63,9% degli uomini e 54,5% delle donne). La fascia di età con più dipendenti è quella 55-59 anni per gli uomini e 50-54 per le donne”.

“I dirigenti”, c’è da precisare medici e non, “sono quelli più anziani, anche per effetto di una carriera lavorativa necessariamente più lunga, soprattutto se uomini”, osserva l’Istat, “Tra i dirigenti medici ha più di 55 anni il 60,4% degli uomini mentre quasi quattro su dieci superano i 60. La situazione anagrafica è diversa per le donne: solo il 36% ha più di 55 anni e circa la metà ha un’età compresa tra 40 e 55 anni. Tra i dirigenti non medici, gli ultracinquantacinquenni sono il 62,4% e gli ultrasessantenni il 36,7%; le donne, che in meno di un terzo dei casi superano i 60 anni, nel 15% sono under 40”. Più giovane, in media, il personale non dirigente: in quasi un quarto dei casi ha meno di 45 anni (23,9% gli uomini; 25,5% le donne) mentre supera i 60 anni di età solo una su dieci tra le donne e uno su cinque tra gli uomini. Poi ci sono le differenze retributive che sono significative. In particolare dei dirigenti rispetto agli altri settori lavorativi.

“Nel comparto della sanità la retribuzione lorda pro capite ammonta a quasi 83 mila euro l’anno per i medici, a 73 mila euro per i dirigenti non medici e a 31 mila euro per il personale non dirigente. Le retribuzioni medie dei dirigenti del comparto sanità, segnala risultano l’Istat, sono in linea con quelle osservate per i dirigenti dei Corpi di Polizia e delle Forze Armate, per i dirigenti scolastici e i dirigenti delle professionalità sanitarie dei ministeri; sono invece sensibilmente più basse di quelle dei dirigenti degli Enti pubblici non economici (158 mila euro), della Presidenza del Consiglio dei Ministri (150 mila), delle Agenzie fiscali (137 mila), del personale di Magistratura (137 mila euro) e degli Enti di ricerca (116 mila). Per i non dirigenti, invece, busta paga è in linea con il resto della publica amministrazione.

“La retribuzione del personale non dirigente presenta una variabilità più contenuta rispetto agli altri comparti”, fa presente l’Istat, “il personale strettamente sanitario percepisce, in media, oltre 33 mila euro, circa 10 mila euro in più di quello amministrativo, tecnico, ausiliario della scuola, 23 mila euro e circa 23 mila euro in meno del personale non dirigente della Presidenza del Consiglio dei Ministri, 56 mila euro”

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