martedì, 24 Novembre, 2020
Economia

“Drone money” in nome della giustizia fiscale

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Uno dei problemi più gravi della crisi economica connessa all’emergenza sanitaria è quello della rapidità con cui far arrivare gli aiuti dei governi ai settori della società che sono in difficoltà estrema, cittadini, famiglie, aziende, commercianti professionisti e perfino lavoratori in nero.

L’espressione più utilizzata è helicopter money, cioè far piovere i soldi dal cielo come se fossero lanciati da un elicottero, secondo la metafora scelta dal Premio Nobel per l’economia Milton Friedman. Il grande monetarista nel 1969 ricorse all’immagine dell’elicottero per spiegare come azionare il meccanismo della domanda interna in condizioni di piena occupazione per spingere in su l’inflazione.

Ovviamente lo scenario odierno è ben diverso. L’obiettivo di un helicopter money non è quello di far salire i prezzi ma di evitare che la gente muoia di fame, che aziende e attività commerciali e professionali soffochino per mancanza di liquidità.

Il dibattito sull’efficacia di questo strumento è controverso e ci sono perfino dubbi sulla sua praticabilità in un contesto di moneta unica nel quale i membri dell’Eurozona non hanno banche nazionali che possano stampare moneta e quindi dovrebbero ricorrere alle casse dello Stato finanziando in deficit questa operazione.

Ma lasciamo da parte le sacrosante dispute tra gli economisti e veniamo alla sostanza.

È urgente evitare lo strangolamento dell’economia e lo sconquasso sociale creato dalla doppia emergenza sanitaria ed economica.

In queste situazioni mentre si pensa a delineare strategie di contenimento della recessione e di ripresa si deve badare a quel che succede nell’immediato. E’ quello che con diverse misure i vari Governi stanno facendo. La decisione più clamorosa è quella del Presidente degli Stati Uniti Trump che invierà un assegno di 1200 dollari a chi guadagna meno 75.000 dollari e uno di 2400 dollari alle coppie che hanno un reddito inferiore a 150.000 dollari. Che ci sia o meno la firma del Presidente poco importa. Sono soldi freschi che arrivano direttamente nelle tasche di 150 milioni di americani e aiutano.

In Italia il Governo si è mosso per dare ai lavoratori autonomi un bonus di 600 euro che diventeranno 800. Si tratta di circa 1 milione e 800 mila lavoratori su circa 4 milioni di domande presentate.

È noto come l’INPS, il soggetto che provvederà a smaltire le pratiche, sia andato in tilt il primo giorno di presentazione di domande. E questo ha fatto venire alla luce un problema cruciale: qualunque iniziativa il Governo possa ideare deve fare sempre i conti con la realizzabilità concreta, dovuta all’efficienza complessiva della macchina amministrativa dello Stato italiano che non è adeguata ai tempi. Su questo tema sarebbe auspicabile che il team diretto da Colao elaborasse proposte operative di rapido e radicale intervento da sottoporre a Conte.

Il bonus per i lavoratori autonomi è una forma di helicopter money molto limitata nelle proporzioni. Altre misure per le famiglie sono allo studio.

Per le aziende, finora il Governo ha varato interventi importanti che mirano a garantire i prestiti che esse possono chiedere alle banche. Non si tratta quindi di soldi che arrivano nelle tasche ma di uno scudo protettivo a richieste di finanziamento. Le procedure adottate sono -ahinoi- macchinose, le banche non sono obbligate a dare prestiti -anche se molte lo faranno- e i tempi per fare entrare ossigeno nella casse aziendali sono di almeno 2/3 mesi. Troppi per un sistema di piccole medie aziende che hanno scarsa possibilità di autofinanziamento e con problemi di cash-flow.

Cosa potrebbe fare il Governo? Adottare una strategia che potremmo definire di drone money, aggiornando la metafora di Friedman.

In pratica, invece di fare interventi uguali per tutti, con un bonus, lo Stato potrebbe decidere di compensare i mancati guadagni derivanti dal lockdown elargendo il mancato guadagno a chi è stato costretto da decisioni pubbliche a sospendere la propria attività per due mesi.

Il calcolo è molto semplice. L’Agenzia elle Entrate dispone di tutte le denunce dei redditi e dei conti correnti delle varie aziende e attività commerciali. Il Governo chiede all’Agenzia delle Entrate di prendere le ultime 3 denunce dei redditi e di calcolare una media degli utili dichiarati. Il risultato ottenuto viene diviso per 12 e il quoziente moltiplicato per due. Un esempio: se un commerciante ha mediamente dichiarato negli ultimi 3 anni un utile al netto delle tasse pari a 50mila euro, potrebbe avere 8.333 euro corrispondenti a due mensilità del suo reddito dichiarato. Non sarebbero pochi e sarebbe giusto perché lo Stato in questo modo colmerebbe la lacuna creata da una esigenza collettiva aiutando tutti in proporzione a quanto avrebbero guadagnato se il blocco non ci fosse stato.

L’ammontare complessivo di una manovra del genere potrebbe essere elevato. Ma sarebbero soldi ben spesi, anche perché andrebbero nelle tasche di aziende e commercianti che le tasse le hanno pagate e in proporzione a quello che hanno dichiarato. Resterebbero penalizzati – come è giusto che sia – gli evasori totali o parziali che magari potrebbero imparare la lezione: mentire allo Stato e danneggiando di chi le tasse le paga tutte non solo è illegale, immorale e da irresponsabili, ma… non conviene e non risolverebbe il problema più grave: le nuove attività avviate tra la fine del 2018  ad oggi e come le Startup o tutte quelle avviate dai giovani – SELFIEmployment -, Resto al Sud ecc. Tutte attività che falliranno con conseguenze irreparabili e fiumi di denaro sprecati.

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