martedì, 16 Aprile, 2024
Geopolitica

Europa Disarmata

Paolo von Schirach è Presidente del Global Policy Institute e Professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Bay Atlantic University, ambedue ubicate a Washington, DC

“C’è oggi uno sbilancio significativo tra il contributo Americano ed Europeo per la difesa comune”.

“Bisogna che il Governo americano cominci a parlare della nuova realtà tra gli Stati Uniti e i nostri alleati, oggi paesi sviluppati. La realtà e che l’America non può più sostenere il peso [economico] della difesa del mondo libero”. Sono i Repubblicani al Congresso, che nel 2024 – seguendo la linea neoisolazionista di Trump – dicono questo? No.

Questo fu detto nel corso di una testimonianza alla Commissione Bilancio della Camera dell’allora Segretario alla Difesa Frank Carlucci (Amministrazione Reagan) dall’allora Presidente della Commissione William Gray, e dalla Congresswoman Patricia Schroeder, Presidente della Sottocommissione per la Ripartizione degli Oneri (Burden-Sharing), ambedue parlamentari del partito Democratico.

La data? 1° marzo 1988. L’America  da decenni  chiede agli Alleati Europei di “fare di più” per la difesa comune. Quello che distingue le affermazioni (piene di disprezzo) di Donald Trump sugli Europei morosi e quello che è stato chiesto da alti esponenti Americani – Democratici e Repubblicani – per decenni è il tono, ma non la sostanza.

Qui sta il punto. Da decenni, l’Europa continua a sotto investire nella difesa. Anche se tutti i Paesi NATO  arrivassero a spendere il 2% del PIL, questa sarebbe una soglia bassissima, mentre Putin coltiva il sogno di ricostruire l’impero sovietico.

L’Europa si è potuta permettere di spendere poco per la difesa, e sempre meno dopo il crollo dell’URSS, fidando nella protezione creata dal cosiddetto “ombrello nucleare USA”. Questo significava e significa tutt’ora credere che Washington sarebbe stata e sarebbe pronta oggi ad iniziare una guerra nucleare per difendere l’Europa, unica opzione militare possibile, vista la cronica scarsità di mezzi di difesa “convenzionali”.

Durante la Guerra Fredda, quando l’Armata Rossa aveva una trentina di divisioni solo in Germania Est, e gli Stati Uniti fino a 400,000 uomini in Europa (non tutti soldati), quasi tutti i war games indicavano che le forze NATO avrebbero potuto resistere ad un attacco convenzionale del Patto di Varsavia al massimo per 48 ore. Il che significava allora che per fermare l’avanzata dei sovietici gli americani avrebbero dovuto usare armi nucleari tattiche o di medio raggio dislocate in Europa.

Questo, grosso modo, il significato della Dottrina NATO della “Risposta Flessibile”. Era evidente allora come lo è oggi che l’America non avrebbe scatenato una guerra nucleare, con distruzione certa di Los Angeles, Chicago, Atlanta e New York, per salvare da un attacco sovietico convenzionale Amburgo o Parigi. Tuttavia, abbiamo continuato così, facendo finta di credere nella garanzia offerta dalla promessa USA di escalation nucleare quale unico deterrente per prevenire una occupazione dell’Europa Occidentale.   

Poi, provvidenzialmente, avvenne il crollo dell’URSS nel 1989-1990, e con esso la fine delle paure di un attacco sovietico. La dissoluzione del patto di Varsavia, il ritiro dei Russi dall’Europa dell’Est, e la riunificazione delle due Germanie creò la convinzione del “passato pericolo”. La NATO rimaneva, anzi si espandeva, ma era sempre più debole militarmente, visti i bilanci difesa in caduta libera.

Ma adesso l’attacco all’Ucraina ha riaperto la questione delle inadeguate difese NATO e quindi della necessità europea di aumentare considerevolmente le spese militari. Il quadro è misto. I Paesi Baltici e la Polonia, trovandosi in prima linea, prendono la difesa sul serio. La Svezia e la Finlandia hanno rinunciato allo loro storico neutralismo chiedendo di essere ammessi nella NATO. E tutti gli altri? Tutti gli altri fanno qualcosa, e qualcuno un po’ di più, ma siamo ben lontani da un’Europa militarmente forte, capace di spiegare forze che costituiscano un vero deterrente contro una rinata minaccia russa.

I problemi sono perlomeno di due ordini: politico e industriale. C’è sempre stato in Europa un filone pacifista che si oppone in linea di principio ad una difesa forte. Se torniamo agli Anni ’80, con le marce per la pace in aperta opposizione al dislocamento in Europa degli “Euromissili” necessari a controbilanciare il dispiegamento sovietico dei missili di portata intermedia SS-20 ed altri, i pacifisti affermavano che gli americani volevano piazzare i loro missili in Europa per poter fare una guerra nucleare limitata sulla pelle degli europei.

L’eminente storico Walter Laqueur definì questo vasto movimento per la pace “Euro-neutralismo” e “auto-Finlandizzazione”. In quegli anni, esponenti della sinistra tedesca affermavano di essere costretti a vivere in un “Paese occupato” dalle truppe americane, dislocate sul suolo tedesco per proteggere la Germania.

Oggi questa stessa fascia di opinione pubblica implora gli ucraini ad accettare un compromesso con la Russia, pro bono pacis. In poche parole: “Cari amici ucraini. Noi vi comprendiamo. Ma, per cortesia, abbozzate. Date un pezzo di Ucraina alla Russia, così che lo spettro di un conflitto più ampio che coinvolga noi, pacifici europei, sparisca”.

Il grosso delle forze politiche europee a parole si dichiara pro-Ucraina, in nome del principio (che risale alla Pace di Westfalia) della inviolabilità dei confini internazionalmente riconosciuti. Ma quando si tratta di creare una vera inversione riguardo alle spese militari, per la difesa dell’Europa e per aumentare gli aiuti militari a Kyiv si fa qualcosa, ma sempre poco.

In questo, oltre alla mancanza di volontà politica, ci sono problemi tecnici quasi insuperabili, perlomeno nel breve termine. Mi spiego. L’Europa ha un PIL equivalente a 15 trilioni di dollari.

Parliamo quindi di Paesi piuttosto ricchi, ma la base industriale Europea per la difesa è molto modesta. Se guardiamo al fatturato, le più grosse industrie militari del mondo sono tutte negli USA. Unica eccezione la britannica BAE Systems, al sesto posto in graduatoria. Al numero 11 nel mondo, l’Italiana Leonardo è tra i leader in Europa. Ma se guardiamo alla Germania, massima potenza economica in Europa, il gruppo Rheinmetall, grande industria bellica tedesca, è relegato al numero 28 nella graduatoria mondiale. Il che significa che la Germania, per poter diventare ancora una volta Paese leader nel settore bellico, dovrebbe investire centinaia di miliardi, per molti anni. Questo significherebbe ridirigere almeno in parte gli investimenti dalle sacrosante spese sociali alle spese militari. Non ci sono scorciatoie per creare le industrie belliche, in Germania e altrove, che possano creare la capacità di sfornare gli armamenti moderni di cui l’Europa ha bisogno e di cui l’Europa si deve dotare per arrivare ad essere un vero partner degli Stati Uniti.

Molti Europei affermano che, comunque sia, è nell’interesse della sicurezza nazionale USA continuare a difendere l’Europa, per quanto morosa. Il che è in parte vero. Ma oggi, con la marcata inflessione neoisolazionista del partito Repubblicano, con a senza Trump, il consenso politico USA sulla necessità di preservare la NATO come pilastro della sicurezza dell’Occidente e quindi anche dell’America, non c’è più.

L’Europa ha i capitali e le conoscenze tecniche per creare un forte settore difesa.

Quello che manca è la volontà politica. Tra pacifismo, sforzi diplomatici per ingraziarsi i russi e altre pie illusioni di potersi in qualche modo defilare, quando si parla di veri aumenti delle spese militari, la tendenza è al rimando.

Per ora Putin ha le mani piene in Ucraina. Ma il neutralismo strisciante europeo, mescolato alla enorme difficoltà politica a vendere all’opinione pubblica l’idea che un drastico aumento delle spese militari è una priorità, rende una vera inflessione di tendenza estremamente improbabile. Un’Europa ricca e debole è e rimarrà a rischio.

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