mercoledì, 8 Aprile, 2020
Economia

Famiglie e imprese, nel 2020 maxi stangata fiscale. Unimpresa: lo Stato pronto a incassare 65 miliardi in più

A dicembre le famiglie troveranno le bollette con l’aumento per il quarto trimestre di luce e gas (+ 2.6 e + 3.9) ed è solo l’anticipo di ciò che porterà il 2020. Il Centro studi di Unimpresa, ha calcolato che nei prossimi due anni la pressione fiscale “effettiva” salirà sopra il 47% del Pil. Per famiglie e imprese si annunciano quindi più pagamenti, e il conseguente taglio di budget per acquisti e per produzione.

Iniziamo dagli aumenti che le famiglie dovranno pagare per luce e gas, decisi dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (Area). Un aumento contestato dall’Adiconsum che li ritiene ingiustificati, in particolare per l’influenza del costi del petrolio sulle tariffe, in quanto la produzione Italiana di energia elettrica e del gas non dipende dall’andamento dei dal petrolio. “Sugli aumenti, grava il peso degli oneri generali di sistema”, per Adiconsum, “che secondo i dati Arera incidono per un’utenza domestica di 3kW di potenza e con un consumo di 2700 kWh, del 20%. Ecco perché da tempo ne chiediamo la revisione, oltreché una maggiore trasparenza in bolletta”. C’è un aspetto da chiarire degli aumenti, cosa che sta particolarmente a cuore ad Adiconsum, è mettere il consumatore in grado di sapere qual è il prezzo finale complessivo del kWh, “come succede quando va a fare il pieno di benzina”, osserva Adiconsum, “conoscerlo è di fondamentale importanza, perché permetterebbe ai consumatori di orientarsi nella giungla di offerte proposte dalle aziende energetiche, anche alla luce della fine del mercato tutelato e del passaggio al mercato libero”. Il piatto forte degli aumenti è comunque in arrivo, per il 2020 il Centro studi di Unimpresa, ha calcolato che nel triennio 2020- 2022 la pressione fiscale “effettiva” salirà sopra il 47% del Pil. “Il che significa una stancata fiscale per gli italiani a causa dell’aumento della spesa pubblica”, prevede l’Unione delle imprese, “soprattutto per le pensioni, e per la crescita delle imposte indirette, su tutte l’Iva”.

Secondo la stima dell’Unione si tratta di un valore che supera di “ben 5 punti il dato “ufficiale” che non tiene conto di alcune voci di entrate pari a circa 80 miliardi”. Insomma, le tasse pagate dagli italiani sono molte di più di quelle calcolate ufficialmente.

Secondo il rapporto di Unimpresa, le entrate fiscali seguiranno nei prossimi anni un aumento costante. Nei prossimi tre anni, il totale delle entrate nelle casse dello Stato dovrebbe aumentare da 827 miliardi a 893 miliardi di euro, con un incremento intorno all’8%. Il rapporto calcola che tra il 2020 e il 2022 gli italiani subiranno una stangata fiscale da 65 miliardi di euro. La spesa pubblica, infatti, non accenna a diminuire ed avrà un incremento superando complessivamente i 900 miliardi di euro nel 2022. L’elenco dei costi della spesa pubblica è riferito sostanzialmente a tre voci: pensioni, pagamenti interessi titoli di stato e investimenti.

“A pesare sull’aumento della spesa pubblica”, puntualizza Unimpresa, “saranno in primo luogo le pensioni, con una crescita di 28 miliardi di euro rispetto al 2019, seguite dagli interessi da pagare sui titoli di Stato, in aumento di quasi 10 miliardi, e poi la spesa per gli investimenti pubblici, che crescerà di oltre 9 miliardi”. Oltre ai costi delle tasse per contro le imprese italiane sono vittime delle lungaggini burocratiche, se ad esempio, si calcolano i rimborsi Iva, l’attesa è di 62,6 settimane e copre il periodo di sei mesi (26 settimane) che intercorre tra l’acquisto del bene e la presentazione della dichiarazione Iva annuale.

Infine dalle imprese alle famiglie italiane che devono sopportare il peso di burocrazia, tasse nazionali, regionali e comunali, non tutte però ci riescono e molte hanno perso terreno. Il cui divario tra quelle benestanti e quelle povere di anno in anno diventa più ampio. Ieri l’Istat certificava che il reddito totale delle famiglie più abbienti “continua a essere più di sei volte quello delle famiglie più povere”. Una disuguaglianza che però al fisco non interessa.

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