domenica, 2 Ottobre, 2022
Sanità

Sanità pubblica, evitare la disfatta. Investire subito e bene 15 mld del Pnrr

In crisi un modello fiore all’occhiello in Italia e in Europa per strutture, professionalità degli operatori sanitari, per l’impegno nel curare tutti. I numeri di oggi registrano il fallimento: fuga dei medici, infermieri pochi e mal pagati, 2.8 milioni di visite oncologiche rinviate. Sul pubblico vince il privato ma chi non ha risorse economiche rischia la vita.

Il post Covid segna la vittoria della sanità privata, contro le strutture pubbliche che ormai appaiono destinare ad una disfatta da ciò che era una eccellenza dell’Italia. Nel pubblico i medici, le attrezzature e le stesse strutture sono per professionalità, qualità e complessità migliori, eppure sono al tappeto. I motivi sono sotto gli occhi impotenti dei cittadini e purtroppo dei pazienti e dei malati. La fuga dei medici dagli ospedali, la frustrazione degli infermieri in corsia sotto organico e mal pagati. La crisi innescata dall’emergenza Covid che ha bloccato 2,8 milioni di screening oncologici.

Stato di emergenza

Tre fatti che segnano il profondo stato di emergenza della sanità pubblica. Ciascun tema merita un approfondimento perché senza una rapida svolta l’Italia rischia di sprofondare in un baratro. C’è da chiedersi dove e perché la sanità pubblica italiana si trova sul precipizio. Quella che era fiore all’occhiello in Europa, quella sanità aperta alle riforme alla efficienza pubblica che un esponente della ex Dc, l’allora ministro Donat Cattin ricostruì dalle fondamenta, con una riforma che permise efficienza, buone pratiche, ricerca, innovazione, soluzioni innovative. In primo luogo permise una sanità generalista aperta anche ad una forte concorrenza con le strutture private.

Ospedali, la fuga dai medici

Oggi la sanità pubblica è tra le prime voci di spesa del bilancio dello Stato e delle Regioni. Eppure spese ed investimenti non riescono a dare servizi rapidi ed efficienti ai cittadini. Il tutto si regge attraverso l’impegno personale dei singoli operatori sanitari. Chi è rimasto nelle corsie, nei pronti soccorso, nelle sale operatorie, negli ambulatori vive il lavoro non solo come impegno professionale ma come sacrificio umano ed emotivo. La Federazione nazionale degli Ordini dei medici Chirurghi e Odontoiatri ha reso noto numeri da far tremare.

Dal 2019 al 2021 hanno abbandonato l’ospedale 8 mila camici bianchi per dimissioni volontarie e scadenza del contratto a tempo determinato e 12.645 per pensionamenti, decessi e invalidità al 100%. “Per evitare il disastro è necessario procedere alla rapida stabilizzazione del precariato e serve un cambiamento radicale nella formazione post-laurea”, esorta la Federazione. Si è di fronte ad una fuga senza precedenti e da ogni Regione con storie, organizzazioni e realtà sanitarie completamente diverse.
Ma unite da un comune sentire: i medici non vogliono più lavorare in ospedale pubblico e se ne vanno.

Infermieri, pochi e mal pagati

Situazione di allarme anche per gli infermieri. Ne mancano all’appello, secondo i sindacati di categoria, un numero che varia dalle 80 mila ad oltre 200 mila, con 23 mila precari che attendono di essere stabilizzati. Quelli che sono al lavoro, oltre 440mila iscritti agli Albi, devono assicurare reperibilità ed essere pronti a colmare assenze improvvise per garantire un servizio essenziale ai cittadini.

I sindacati ricordano che sono sovraccaricati di lavoro straordinario non pagato, spesso demansionati, con ferie non godute, senza possibilità di carriera professionale e senza diritto alla libera professione, spesso precari. Anche per loro le scelte da fare non possono essere improvvisare. Serve una riforma radicale capace di raccogliere le proposte e le innovazioni di una professione che ha assunto ruoli determinanti nella cura e sostegno dei pazienti.

Lo tsunami delle visite rinviate

Numeri e situazioni hanno superato da molto il livello di guardia. Siamo oltre l’emergenza. Circa 2,8 milioni di screening oncologici saltati nei primi 17 mesi di pandemia. Oltre ai controlli saltati, ci sono le diagnosi di tumore arrivate in ritardo, gli interventi slittati, attese per le terapie. Così decade il ruolo della sanità pubblica, chi ha necessità corre verso quella privata per trovare certezza nei tempi e sperando che la professionalità sia la stessa.

La pandemia ha così messo in evidenza i limiti accelerandoli fino all’esasperazione. “Uno tsunami per i malati di cancro e ha portato allo scoperto i deficit strutturali e le contraddizioni del Servizio sanitario nazionale, che hanno causato una crisi del sistema”. A dirlo con una forte preoccupazione è la Federazione associazioni di volontariato in oncologia (Favo) in vista della giornata del malato oncologico che si è celebrata ieri domenica 15 maggio.

Diagnosi avverse e l’emergenza

Ogni anno in Italia sono diagnosticati circa 377 mila nuovi casi di tumori e sono oltre 3 milioni e 600 mila le persone che vivono dopo una diagnosi.
“Numerose terapie e interventi sono stati sospesi e rimandati, così come gli screening e le attività di prevenzione”, rivela la Federazione associazioni di volontariato in oncologia. Sotto accusa la mancanza di risorse e una carente organizzazione, “sono il problema critico che affligge da sempre gli screening organizzati”. Sempre seguendo il filo dei numeri, “Nei primi 17 mesi della pandemia sono stati effettuati almeno 4.480.000 inviti e 2.790.000 test di screening in meno”. È la situazione non migliora nemmeno con l’attenuarsi della pandemia. “I ritardi di accesso alle prestazioni oncologiche dovuti alla pandemia”, come sottolinea Paola Binetti, senatrice dell’Udc, “non sono ancora stati recuperati. Nonostante nel 2021 ci sia stata una ripresa delle attività assistenziali, questa risulta ancora insufficiente”.

Le soluzioni: Pnrr e riforme vere

Sulla sanità e la salute dei cittadini non è possibile che la politica e il Parlamento non agiscano. I malati non possono aspettare i ritardi, i tempi e le incongruenze della politica.
Le soluzioni vanno attivate immediatamente, c’è l’impegno del premier Draghi, del Governo ma anche dall’opposizione Fratelli d’Italia sottolinea la necessità di un impegno concreto e rapido. Ad esempio
il Piano straordinario di recupero dei ritardi negli screening, come sottolinea la Favo deve partire da azioni reali per migliorare i percorsi ospedale-territorio e ridurre le liste di attesa. E il rapporto individua diverse risorse a cui attingere, ad esempio dai 4 miliardi per il Piano Europeo di Lotta contro il Cancro, 625 milioni del Piano operativo per la sanità del Mezzogiorno, i finanziamenti per Salute previste dal Piano nazionale di Ripresa che impegna 15 miliardi e 600 milioni per la sanità e un miliardo di stanziamenti per le liste di attesa. I soldi vanno spesi bene.

Ascoltare le Federazioni dei medici, degli infermieri e delle Associazioni a sostegno dei malati, è fondamentale per ricostruire e ridare fiducia ad una sanità pubblica, ed efficienza agli ospedali. Fallire su questo terreno significa dividere la società italiana tra quanti possono permettersi economicamente strutture sanitarie private e tra quanti in povertà, – e la povertà nel Paese cresce – saranno condannati dalla malattia a soccombere. Una ingiustizia non tollerabile.

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