giovedì, 30 Maggio, 2024
Politica

La pantomima rosa. Quirinale e non solo

Perché le donne contano poco

Come era prevedibile, anche questa volta nessuna donna al più alto scranno dello Stato: la Presidenza della Repubblica.

Occorre però una breve premessa. La scelta del Mattarella bis all’ottavo scrutinio, che vede la rielezione di un Presidente rispettoso della Costituzione ma che a chiare note aveva espresso il suo desiderio di non ricandidarsi, nasconde il vero grave problema: il fallimento della politica, l’incapacità di decidere, la crisi della leadership.

Manca oramai da tanti troppi anni una classe dirigente che sia passata attraverso esperienze nei partiti, nelle scuole di formazione, negli organismi vicini ai cittadini: dalle associazioni ai sindacati. Tutto questo non c’è più, si è creata una gravissima frattura tra la politica ed i cittadini che vivono drammaticamente il quotidiano, soprattutto penso a chi non ha il lavoro, alle donne, ai giovani il cui futuro é sempre più incerto. Questa situazione ha portato alla disaffezione, alla protesta e al forte astensionismo nelle campagne elettorali.

Ma torniamo all’argomento di una donna al Quirinale. Ancora una volta si è strumentalizzata la candidatura al femminile per nascondere accordi che non sono neanche arrivati.

Il teatrino di una politica avvilente e disarmante. Eppure i nomi che sono stati fatti erano tutti di grande prestigio. Donne competenti, di alto profilo, che avrebbero onorato quel ruolo: da Paola Severino a Marta Cartabia a Elisabetta Belloni fino ad arrivare alla seconda carica dello Stato, la Presidente Maria Elisabetta Casellati, donna dalla grande esperienza politico-istituzionale travolta anch’essa dalla “pantomima rosa”.

Ancora una volta abbiamo assistito ad una brutta partita in cui a donne di grandissimo livello è stata concessa solo la panchina.

Ma non dobbiamo stupirci se pensiamo che nei luoghi ove vige il sistema elettivo, vedi le Regioni, una sola donna è Presidente, nei Comuni, addirittura, vige l’assoluta marginalità. Le donne delegate tra i grandi elettori delle Regioni sono solo cinque. Nei Consigli di Presidenza della giustizia amministrativa, tributaria e contabile, così come al Consiglio Superiore della Magistratura non è stata eletta alcuna donna dal Parlamento.

Sorge però spontanea anche una domanda: perché non sono le donne in Parlamento a volere fortemente un nome al femminile? Eppure di capacità, di abnegazione e di competenza ve ne è tanta.

Non dimentichiamo che le grandi riforme sui diritti le dobbiamo alle donne: da Nilde Iotti e Tina Anselmi fino ad Emma Bonino ed Anna Finocchiaro, solo per citarne alcune.

Viene il dubbio che possano essere le donne a non proporre. Del resto, diciamolo, il sistema elettorale è spesso basato sulla cooptazione. Tutto ciò esprime una logica maschilista che oggi non ha più alcuna ragione d’essere.

Per tutte quelle donne che si impegnano con successo in tantissimi campi dalla scienza alla cultura, dallo sport all’economia, per le donne che ancora sono costrette a scegliere tra la carriera e la famiglia. Lo dobbiamo a loro!

Il triste insegnamento di queste elezioni deve essere da monito: dobbiamo necessariamente invertire la rotta.

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