mercoledì, 16 Ottobre 2019
Salute

La Sanità torni allo Stato. Le Regioni creano disuguaglianze

Basta la salute! dice il proverbio. Ma dove curarla? Secondo l’art.32 della Costituzione “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Un diritto quindi “fondamentale” la cui tutela non è negoziabile e deve riguardare tutti i cittadini, ovunque essi siano nati. Questo era valido fino al 2001 quando una frettolosa riforma in senso “federalista” dell’art.117 della Costituzione  ha  redistribuito confusamente i poteri tra Stato e Regioni e ha incluso la salute come materia di competenza concorrente tra Stato e Regioni.

Abbiamo così un Sistema sanitario che si definisce nazionale ma che in realtà di nazionale  ha ben poco ed è in realtà solo regionale. E’ vero che lo Stato fa una programmazione, fissa i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ma poi in concreto cosa succede?

Nonostante la solennità dell’art.32 della Costituzione, ogni giorno sperimentiamo la profonda diseguaglianza nella “tutela del diritto fondamentale alla salute”, una diseguaglianza su base regionale.

E’ come se l’art. 32 fosse scritto così: la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo a seconda della sua collocazione regionale”. Un’aberrazione.

Scriveva Stefano Rodotà: “il diritto alla salute è un elemento costitutivo della persona e della sua cittadinanza e non può e non deve subire limitazioni per il solo fatto di risiedere in una zona meno fortunata del Paese e più svantaggiata economicamente”.

Un cittadino che vive in Calabria ha la stessa tutela della salute di un cittadino che vive in Lombardia? Se questo non si verifica vuol dire che la Costituzione viene violata e che il diritto alla salute non è tutelato.

Certamente un cittadino dell’Aspromonte può chiedere di farsi curare in un  ospedale di Milano. Ma se tutti i cittadini della Calabria “emigrassero” per le cure negli ospedali del Nord questi ospedali collasserebbero.

La regionalizzazione del sistema sanitario è stata in larga parte un fallimento, ha creato ingiustizie e diseguaglianze geografiche oltre a sprechi, inefficienze, corruttela, occasioni per infiltrazioni criminali  ed una insopportabile e nefasta ingerenza dei partiti nella gestione delle strutture sanitarie attraverso nomine lottizzate.

Per anni in sette regioni la sanità è stata commissariata e  a fare da commissari con i pieni poteri  non sono stati chiamati supermanager con altissime competenze, ma gli stessi Presidenti di quelle Regioni, cioè dei politici senza acclarate competenze tecniche e gestionali.

Una sorta di terapia omeopatica: ai danni creati dalla gestione politica della Sanità locale si cerca di rimediare dando i pieni poteri ad un altro politico, scelto dai cittadini per guidare l’intera politica regionale non certo per gestire giorno dopo giorno la complessa macchina organizzativa della sanità.

Di recente il Governo ha deciso di togliere alla Regione Calabria anche la gestione commissariale della sanità avocando a sé i poteri mediante la nomina di un Commissario ad acta e di un sub commissario cui spetterà effettuare le nomine mentre tutti gli acquisti passeranno attraverso la centrale unica Consip.

E’ forse un timido segnale di resipiscenza o solo una misura straordinaria dettata dalla tragedia della sanità calabrese? Nel Governo su questo tema c’è tutt’altro che lucidità di vedute.

Dopo i referendum sulle autonomie delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, si sta affermando il cosiddetto “regionalismo differenziato” che, per quanto riguarda la tutela della salute potrebbe portare ad una esasperazione dell’attuale situazione.

Le tre efficienti e ricche Regioni del Nord avrebbero poteri maggiori che  il giurista  Luca Benci classifica su queste materie:

1. definizione dei percorsi formativi delle professioni sanitarie;
2. definizione di modalità erogative dei farmaci e dei dispositivi e di indirizzi di appropriatezza terapeutica e prescrittiva;
3. istituzione di un fondo regionale integrativo e misure di defiscalizzazione per favorire e incentivare l’adesione volontaria;
4. reclutamento dei dirigenti e dei dipendenti del servizio sanitario regionale;
5. libera professione anche per le attività ordinarie;
6. livello di contrattazione regionale per incentivare le retribuzioni dei dipendenti e dei dirigenti;
7. accesso dei medici non specialisti presso strutture ospedaliere.

In pratica, se oggi abbiano sanità di serie A e sanità di serie B, dopo questa riforma avremmo sanità da Champions League e Sanità di serie C.

E l’art. 32 della Costituzione sarebbe ulteriormente ridotto a carta straccia.

Tutta colpa, dunque, dell’egoismo delle Regioni efficienti e ricche?  No. Le loro richieste sono la logica conseguenza dell’aberrante sistema sanitario messo in operaper colpa della riforma del Titolo V della Costituzione se la sanità è regionalizzata e se alcune Regioni sono più brave delle altre esse ritengono proprio diritto migliorare la qualità del servizio reso ai propri cittadini  chiedendo poteri maggiori  finalizzati ad una gestione più efficiente.

Peccato che l’Italia sia formata non solo da 3 Regioni ricche ma anche da altre 17 meno brillanti, meno ricche e in alcuni casi  povere.

E’ giunto il momento di porre senza ipocrisie il problema della competenza primaria   dello Stato e non delle Regioni nella tutela della salute.

Il sistema dovrebbe funzionare al contrario.Tutti i poteri in materia  dovrebbero essere dello Stato che,in alcuni casi specifici, potrebbe delegarli a Regioni che si siano dimostriate particolarmente attrezzate per poter fare da sole, ma sempre rispettando il principio Costituzionale  del diritto fondamentale alla tutela della salute per tutti i cittadini senza differenze geografiche.

Diciamo basta a questo sistema sanitario.

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