mercoledì, 22 Gennaio, 2020
Editoriale Politica

Il centro c’è ma non si vede

Le elezioni si vincono conquistando il centro, cioè l’opinione pubblica moderata. Questa è stata una certezza incrollabile degli scienziati della politica, dei sondaggisti e degli analisti politici. Su questa certezza si sono basate le ricerche di sistemi elettorali capaci di ridimensionare le ali estreme e di premiare la convergenza verso il centro.

In italia, in particolare, la presenza di un solido presidio del centro moderato, rappresentato  per quasi 50 anni dalla Democrazia Cristiana è stata la prova della validità di questo principio.

La forte egemonia  del centro ha esercitato, nel tempo, una benefica azione anche sui partiti estremi costringendoli, prima o poi, a “moderarsi” nel tentativo di contendere alla Dc questa vasta area dell’elettorato. È così che il Partito socialista di Craxi abbandonò a metà degli anni Settanta l’abbraccio mortale che lo aveva legato da sempre al Partito comunista.

Per lo stesso motivo il Pci fu costretto a dismettere l’armamentario lessicale e politico “rivoluzionario” e  da Berlinguer in poi scelse un approccio più moderato. Lo stesso successe al partito della destra di Almirante che Gianfranco Fini  fece virare verso il centro costruendo Alleanza nazionale.Tutti hanno cercato di convergere verso il centro.

Dopo la fine, per via giudiziaria, della prima repubblica, è toccato a Berlusconi e alle varie metamorfosi del suo partito e delle forze satelliti cercare di offrire una casa all’elettorato moderato.

Ma, da un po’ di tempo in qua, più di un dubbio si è insinuato intorno a questa regola di funzionamento delle democrazie moderne.

Qual è il tarlo che ha cominciato a corrodere  questo pilastro della democrazia?

C’è stato l’emergere prepotente e chiassoso di movimenti e partiti sovranisti, populisti, variamente antisistema, diffusi non solo in Europa. Ma esso  non era mai stato percepito come un pericolo. Usando un linguaggio estremista, agitando temi  in aperto contrasto con la politica tradizionale, attaccando al cuore il sistema delle democrazie, questi movimenti sembravano destinati a catturare l’attenzione solo di frange di scontenti, di esagitati, di estremisti assopiti. Frange considerate minoritarie.

Nessuno avrebbe mai pensato che questi nuovi soggetti politici sarebbero stati in grado di conquistare non solo la scena ma anche la maggioranza. Ma così è stato.

L’ascesa turbolenta di Orban, l’elezione di Donald Trump, la maggioranza relativa conquistata a Londra alle europee  da un personaggio da operetta come Nigel Farage  per venire in casa nostra, in Italia il trionfo di 5 stelle e Lega nelle politiche dello scorso anno e la straordinaria avanzata della Lega alle europee di maggio: tutti dati incontrovertibili che sconfesserebbero la regola della vittoria che si conquista al centro.

È proprio così?

Quando si analizzano i comportamenti elettorali bisogna sempre distinguere tra opinione pubblica e cittadini che vanno alle urne. È vero che in democrazia contano solo quelli che votano mentre  coloro che si astengono si condannano all’impotenza. Ma  se si vogliono comprendere i comportamenti elettorali e le loro possibili evoluzioni bisogna esaminare con attenzione tutti i dati.

L’affermazione di partiti che di moderato non hanno nulla è legata all’espandersi della base elettorale su cui essi hanno potuto far breccia.

Nel corso della lunga crisi iniziata nel 2008 e durata per oltre un decennio, sono aumentati gli scontenti, coloro che hanno subito danni per colpa della crisi economica, e anche coloro che, pur avendo retto bene alla crisi, sono diventati insicuri, preoccupati per il loro futuro e per l’avvenire dei loro figli.

Tutte queste fasce sociali, indipendentemente dal loro reddito, sono diventate la prateria ideale per le scorribande dei populisti e dell’antipolitica. Partiti e movimenti nati fuori dai canoni tradizionali della politica sono andati all’assalto di questa opinione pubblica delusa, frustrata e insicura.

Hanno alimentato le ansie delle vittime e dei disorientati dalla crisi e hanno offerto loro una serie di certezze, con promesse mirabolanti, usando un linguaggio brutale e un pensiero ipersemplificato.

Mentre sui cittadini si riversava questo uragano devastante , le forze politiche tradizionali, quelle che pensavano di aver conquistato una volta per tutte il centro del sistema, non si rendevano conto dello sconquasso che si stava verificando e continuavano a danzare con i loro ritmi e i loro riti mentre la nave stava naufragando.

Dobbiamo forse  concludere che il centro è definitivamente scomparso, che l’opinione pubblica moderata  non esiste più e che si vince non convergendo al centro ma puntando verso gli estremi?

Se davvero fosse così dovremmo ipotizzare nel medio periodo un esito nefasto, cioè il declino inarrestabile e, forse, la scomparsa delle nostre democrazie. Per far posto a cosa? A regimi di piazza, in cui  l’agitazione degli animi conta più della serietà delle proposte, la semplificazione brutale e violenta dello scontro politico diventa il paradigma che annulla il dibattito e il confronto, l’identificazione delle masse con leader non carismatici ma ammaliatori e pifferai prelude a forme di caudillismo.

Per fortuna non è così o, almeno, non è ancora così.

A farci ben sperare è un dato che, normalmente, è considerato un fattore negativo, cioè l’astensionismo. Le democrazie totalitarie hanno sempre alti tassi di partecipazione elettorale: la gente va a votare in massa,  ammaliata dalle fiabe raccontate da  demagoghi cinici e bugiardi, e si abbandona con ebbra incoscienza nell’abbraccio fideistico di capi e capetti.

In Italia, invece, la crescita dei populisti si accompagna ad un aumento dell’astensione dal voto: è il segnale che i cittadini che non si sentono rappresentati dai movimenti populisti sono in aumento.

Questa tabella elaborata da SWG è eloquente: il balzo delle astensioni, di quasi dieci punti, coincide con le elezioni del 2013 e del 2018 in cui i populisti sono diventati protagonisti.

L’astensione  già alta alle politiche del 2018 è cresciuta ulteriormente alle europee del 2019 aumentando  di 9 milioni di unità.

Cosa significa tutto questo?

Che quasi metà dei cittadini italiani non ritiene adeguata l’offerta politica che gli è stata proposta sia alle  politiche che alle europee.

Un tempo non andava a votare chi voleva esprimere una forma di protesta e non trovava un partito capace di impersonarla. Ora chi vuole esprimere la protesta vota per i populisti. E i moderati che fanno?

Sarebbe sbagliato concludere da questi dati che tutti coloro che non hanno votato sono potenziali elettori di centro.

Una piccola parte dell’elettorato moderato si lascia trascinare dalla corrente e segue le onde delle forze vincenti. Ma la gran parte se ne sta a casa.

La conclusione parziale di questa riflessione è che oggi l’elettorato moderato, di centro, non ha più una casa dove andare, non si ritrova nelle posizioni dei populisti, non è disposto a credere alle fiabe dei demagoghi di turno  e se ne sta alla finestra, in attesa di tempi migliori.

Il centro politico del sistema va ricostruito rapidamente tenendo conto degli errori commessi e creando una casa comune dei moderati che superi le tradizionali e ormai desuete distinzioni di destra e sinistra. Esiste uno spazio enorme che non è occupato da nessuna forza politica ed è lo spazio che proprio i populismi hanno contributo ad allargare: offrendo una predicazione estremista essi hanno ulteriormente accentuato l’esigenza di un punto di riferimento politico ragionevole, equilibrato, riformatore.

Di questo punto di riferimento hanno bisogno sia i cittadini che sono sopravvissuti bene alla crisi sia quelli che ne hanno subito pesanti conseguenze e che sperimentano adesso il rapido fallimento delle promesse dei populisti. Ma in politica non c’è nessun automatismo. Lo spazio di centro va conquistato con un’offerta politica convincente,  che sappia parlare alla testa e al  cuore, senza pensare d agitare in modo malmostoso la pancia dei cittadini.

 

 

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