giovedì, 30 Maggio, 2024
Politica

Letta esulta, Salvini si arrabbia, Conte riflette. Metà del popolo non vota

Una boccata d’ossigeno per il Pd: porta a casa tre sindaci al primo turno a Milano, Napoli e Bologna e si piazza bene per i ballottaggi a Roma e Torino. Forte la delusione del centrodestra: a parte il ballottaggio a Trieste e il successo di Forza Italia alla Regione Calabria, non ha di che gioire. I Cinque stelle vengono espulsi dal governo delle grandi città e sono ancora di più costretti a legarsi al Pd. Buona l’affermazione di Calenda: non sfonda ma si candida come aggregatore dell’area moderata che guarda a sinistra. Nulla cambia per il Governo. Ma fa riflettere l’astensione quasi al 50%.

Il calice più amaro tocca a Virginia Raggi e ai suoi seguaci: si erano illusi di poter andare al ballottaggio pensando ai 750mila voti presi cinque anni fa, un consenso enorme dissipato in una gestione fallimentare della capitale. Due elettori su tre hanno voltato le spalle alla sindaca. La sua sconfitta è un pugno nello stomaco definitivo per i 5 Stelle che sono praticamente fuori dal governo delle principali città. Conte, che si ritroverà Virginia Raggi controllore del Movimento insieme a Di Maio e Fico dovrà voltare pagina .Non si potrà consolare per il successo dell’alleato potenziale, il Pd, ma dovrà pensare a costruire una classe dirigente  locale capace non solo di fare comizi ma anche di gestire le città.

 Nel centrodestra si profila una resa dei conti. La litigiosità esasperata non ha giovato ma anche i rapporti di forza sembrano tutti da rivedere: tra i dati dei vari sondaggi e quelli reali delle urne c’è una notevole incoerenza. Si guardino i risultati deludenti della Lega e quelli più solidi di Forza Italia.

Chi canta vittoria,  non senza ragione, è Enrico Letta. Oltre ad essersi fatto eleggere a Siena, dove però ha votato meno del 40%, l’ha spuntata in città importanti anche se non proprio con candidati col marchio di origine controllata. Per il segretario che è inchiodato al 18% nei sondaggi nazionali questo risultato è sicuramente un’iniezione di ottimismo e la conferma che nell’alleanza co i 5 Stelle il Pd può puntare a farsi valere di più.

Calenda ha fatto un’ottima campagna elettorale ma avrebbe potuto aspirare al ballottaggio se, invece di inseguire i voti che il Pd si è tenuto stretti, avesse cercato con più convinzione consenso nel centrodestra privo di un candidato forte.

Al secondo turno la sfida cruciale sarà quella di Roma. Sulla carta Gualtieri dovrebbe poter contare su  una parte dei voti sia di Calenda che di Raggi. Michetti sembra invece inchiodato a quello che preso adesso e che non gli basterà sicuramente tra 15 giorni.

Conseguenze sul governo non ce ne sono se non nel senso di far abbassare ulteriormente la voce di Salvini e forse far alzare di qualche decibel quella di Letta. Nulla cambia anche negli scenari delle future alleanze. Dovrebbe, invece, preoccupare che quasi la metà degli elettori abbia rinunciato a scegliere da chi far governare la propria città. Disinteresse? Forse delusione e carenza di offerta politica di qualità. Pensate che a Roma gli aspiranti sindaco erano 22  con un codazzo di ben 39 liste e ben 1800 candidati. La qualità della democrazia non si misura in base al numero di liste e di aspiranti sindaci e consiglieri ma in base alla credibilità di chi si propone come classe dirigente.

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