lunedì, 23 Settembre 2019
Politica

Quale politica estera?

L’Italia non ha una politica estera degna di questo nome da alcuni decenni. I motivi sono tanti: il provincialismo di una classe politica intenta solo a pensare alle beghe di casa senza guardare avanti, il disinteresse dei presidenti del Consiglio che hanno delegato ai ministri degli Esteri la definizione della strategia dei rapporti internazionali dell’Italia, la scarsa attenzione con cui l’opinione pubblica e i giornali seguono queste tematiche, l’incapacità culturale di capire che non basta sedersi al tavolo dei Grandi se non si hanno idee da proporre. Tutto questo ha fatto dell’Italia un nano nello scacchiere internazionale, a dispetto della collocazione geografica, del ruolo svolto in passato e della ancora forte presenza dell’economia italiana in tanti mercati.

Il Governo Conte bis dovrà dedicare molta attenzione a questi temi e toccherà al Presidente del Consiglio esercitare un ruolo di primo piano per dare indicazioni utili al giovane ed inesperto Ministro degli Esteri.
Quattro sono i terreni su cui l’Italia dovrà giocare le sue carte: il ruolo propulsivo in Europa, il rilancio di una collaborazione strategica con gli Stati Uniti, un forte iniziativa nei confronti dei Paesi rivieraschi dell’Africa e un’equilibrata partnership con la Cina.

L’Italia deve smetterla di essere la pecora nera dell’Europa con i suoi annosi problemi di bilancio e la politica del cappello in mano: deve diventare il propulsore di una Europa più coraggiosa che guardi allo sviluppo economico e al benessere delle sue popolazioni e non alla burocratica e timida gestione dei conti e delle regole. La stessa visione dell’Europa deve essere più politica e meno economica. L’Europa dovrebbe diventare sempre più unita per giocare insieme agli Stati Uniti il ruolo di superpotenza e bilanciare il peso che la Cina inevitabilmente eserciterà sempre di più.

Questo significa reimpostare i rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico su basi totalmente nuove. Le due economie, europea e americana, devono andare sempre più verso una integrazione che le rafforzi reciprocamente costituendo un mercato di oltre 800 milioni di cittadini/consumatori evoluti e saldamente ancorati ad istituzioni democratiche. Ma non basta solo l’economia. L’Italia deve battersi affinché, al di là delle scelte contingenti di questo o quel Presidente, Stati Uniti ed Europa si sentano sempre più “fratelli”, solidali e difensori di due diverse – anche per età – tradizioni civili, culturali e istituzionali che la storia ha finito per rendere convergenti e che il futuro geopolitico costringerà ad essere sempre più unite.
L’Italia, che è sempre stata l’alleato meno bizzoso e più affidabile degli Stati Uniti, dentro e fuori gli orizzonti della NATO, può e deve giocare in prima persona questo ruolo di artefice di una “nuova frontiera comune” tra America ed Europa.

Tutto questo si collega anche con la politica che l’Italia deve saper costruire nei confronti dell’Africa e, in particolare, dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Su questo terreno sono stati commessi errori imperdonabili negli anni recenti e l’Italia si è fatta mettere nell’angolo anche per incapacità di visioni strategiche in quest’area. Un’Italia più forte ed attiva nel Mediterraneo e dell’Africa dovrebbe fare da trascinatore della politica estera Europea e da punto di riferimento affidabile degli Stati Uniti che negli ultimi anni hanno dimostrato incertezze e difficoltà nel comprendere quello che succede in Paesi che noi italiani dovremmo conoscere meglio degli americani e con cui dovremmo avere relazioni più intense e stabili.

Serve una sana ambizione non nazionalista ma internazionalista e un lavoro serio, tenace e di grande respiro. Insomma l’Italia smetta di fare l’Italietta e torni ad essere una grande protagonista della storia.

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