mercoledì, 16 Giugno, 2021
Attualità

Chi spegne i sogni di giovani e start-up

Operazione verità su finanziamenti e procedure.

Troppi annunci e troppi flop. I sostegni a piccole imprese e start up sbandierati si infrangono nella realtà di Agenzie e banche che spengono gli entusiasmi mentre i giovani scappano dal sud. Serve un’operazione verità sulle procedure e sui risultati ottenuti.

C’è un mondo, quello delle piccole e micro imprese, delle start up, di giovani innovatori che in Italia hanno vita difficilissima e spesso brevissima. Eppure a sentire i proclami e le società di comunicazione legate alle aziende di Stato, quelle che dovrebbero garantire sostegni e fondi, va tutto bene, anzi a gonfie vele. Se fosse così allora il Mezzogiorno sarebbe ricchissimo di giovani imprenditori, di nuovi posti di lavoro.

Di impiego stabile e non precario. Le statistiche, invece, dicono che ieri come oggi i giovani lasciano il sud per andare lontano in cerca di miglior fortuna e opportunità. I dati sono chiari. Ogni dieci minuti, – giorno e notte compresi -, un giovane emigra dal Sud verso il Nord e fuori l’Italia.

 

CONTINUA LA FUGA DAL SUD

Secondo una stima di dati Istat e Svimez sono, infatti, 134 mila le persone che ogni anno lasciano il Meridione, di queste la metà nella fascia che ha meno di 30 anni. Una vera fuga non certo mitigata da agenzie come Invitalia o dai programmi tanto sbandierati come toccasana, che nella realtà sono un flop disastroso. C’è da chiedersi il perché di questa emigrazione, di questa frustrazione che colpiscono i giovani scolarizzati e laureati. Ragazzi che si sono formati nelle scuole del Sud per poi lasciare la loro terra. La risposta è la stessa: non ci sono occasioni di lavoro, di innovazione, di sviluppo economico e sociale. Eppure i soldi per favorire occupazione e crescita nel Mezzogiorno sono stati investiti per centinaia di milioni. Ci sono programmi con investimenti che sulla carta dovrebbero far fiorire imprese giovanili ovunque.

La realtà resta desolante.I dubbi allora sono legittimi. I fondi sono stati gestiti in modo saggio, per essere un vero sostegno per i giovani, oppure in una logica di interesse di profitto delle banche, delle società a partecipazione statale a loro collegate, dei gruppi finanziari che intercettano capitali pubblici? Proviamo a capire. Partendo dai fatti.

 

PROCEDURE SCORAGGIANTI

Ogni inizio di storia vede giovani che si appassionano a progetti, idee, sogni da realizzare. La strada è quella della formazione di una piccola impresa per poter accedere al mercato degli investimenti pubblici e sostegni di Agenzie statali. Per dirla in modo diretto i progetti messi a punto hanno bisogno di denaro. Di investimenti di piccolo taglio.

Nelle fasi iniziali il grado di rischio è molto elevato. Siamo nel periodo in cui l’idea deve diventare un prodotto e il prodotto deve incontrare il mercato. È il momento più delicato dove gli entusiasmi non possono sostenere i costi senza avere nessun o pochissimi ricavi. È il primo ostacolo a cui sopperiscono, come “finanziatori”, in genere  familiari o amici. Siamo nel punto più critico dove le attività messe in piedi incontrano le famose strutture dello Stato e le Banche, soprattutto quelle  cosiddette convenzionate.

Queste ultime gelano subito  ogni buon proposito – con strettoie burocratiche e finanziarie scoraggianti – chiedendoti  il business plan, la validità commerciale del prodotto o i servizi offerti. Insomma quanto è redditizio il progetto. Siamo nella fase in cui piccole imprese e start up vengono decimate, in barba anche alla totale garanzia statale concessa che non viene tenuta in alcun conto. Le banche, infatti, chiedono quale ritorno garantito avranno prima che concedano un solo euro.

Possiamo definire questo bivio, dove in molti rinunciano, una sorta di muro invalicabile, perché l’attività produttiva esiste in modo embrionale ma è tutta da verificare sul piano della ricettività del mercato. Il rischio di insuccesso è elevatissimo. Il ricorso al debito bancario – parliamo sempre di denaro da restituire non certo di elargizioni – è invece fondamentale. Gli istituti dicono no a monte di tutto, non curandosi degli incentivi nazionali: e la storia è finisce prima di iniziare.

 

GIOVANI PENALIZZATI

Con buona pace delle Agenzie di sviluppo che nel frattempo puntano a dare soldi e finanziamenti agevolati a realtà ben organizzate e consolidate. È il peccato d’origine dei giovani quello di essere trascurati, benché per paradosso si faccia tutto a loro nome. C’è un ulteriore particolare che suona come una beffa: a ricevere più sostegni dallo Stato è Invitalia che ha come missione lo sviluppo del Sud.

Per questo obiettivo ha ricevuto somme rilevanti. Centinaia di milioni di euro per promuovere e stabilizzare le imprese del Mezzogiorno. Sarebbe bello sapere nel dettaglio a chi sono andati questi fondi. Se le imprese erano già consolidate ed esistenti, sapere l’età media dei Cda che sono stati sostenuti e, non da ultimo sapere quanti dei progetti  “Resto al Sud” seppur deliberati da Invitalia siano  stati finanziati dalle Banche: condizione essenziale per ottenere il beneficio. Credo meno della metà con buona pace dei ragazzi che ci hanno creduto e speso quelle poche risorse loro e dei loro genitori.

Altre domande  che meriterebbero una risposta: qual è la  classifica tra Regioni che hanno beneficiato di incentivi e prestiti( Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia); quanta occupazione è stata prodotta sul posto, quali obiettivi di mercato sono stati centrati, quante e quali banche si sono esposte e con quali ricavi, quali settori tra quelli maggiormente incentivati (agrifood, meccatronica, healthcare, turismo, moda e lifestyle) hanno avuto successo e dove. Poche domande per chiarire che fine fa il denaro pubblico, quello investito per i giovani che, invece, invece di restare scappano dal Sud.

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