sabato, 16 Ottobre, 2021
Manica Larga

Lavoro e nuovi conflitti: amara eredità del Covid

A questo corso via Zoom c’erano persone, come me, che questa storia del lavoro a distanza un po’ l’hanno subita. Ma che, nonostante tutto, non si sono date per vinte. Anzi, hanno cercato modi per gestirla questa solitudine forzata che, a scanso d’ipocrisie, ha i suoi pro e i suoi contro.

Eppure, devo riconoscere, non è per tutti così. C’è chi, per esempio, come il giornalista del Financial Times, Simon Kuper, è più netto in direzione opposta alla mia, ovvero a dire: quanto ci mancherà questa solitudine. Opinioni frutto di traiettorie di vita e modi di essere diversi, evidentemente.

Ciò nonostante c’è un punto che sembra cominciare a emergere con una certa forza e riguarda il dopo. Ed è qui che, per molti versi, si giocherà, secondo gli esperti, una nuova lotta di classe: quella tra i privilegiati del lavoro a distanza, seppur nelle sue forme ibride, e quelli che invece questo lusso non potranno permetterselo.

 

A RISCHIO LA STABILITÀ SOCIALE

La chiave di volta sarebbe tutta in un paradosso, come evidenzia un recente rapporto di Demos, un think tank internazionale. In parole povere, la pandemia ci ha fatto toccare con mano la possibilità di avere ciò che vogliamo 24 ore su 24. Ma questo significa che se da un lato ordiniamo comodamente online, dall’altro ci dovrà essere sempre qualcuno che dovrà distribuire e, quasi sempre, ciò avviene in condizioni contrattuali e di turnazioni sfavorevoli. Il recente sciopero dei dipendenti Amazon è un chiaro segnale dei disagi che questo comporta.

Tuttavia, questa rischia di essere solo una visione parziale del problema. Per esempio, uno studio della TUC, la confederazione dei sindacati inglesi, ha messo in evidenza che se nel settore della ristorazione e alberghiero meno di 1 lavoratore su 5 può lavorare da casa, in quello dell’informazione e della comunicazione quasi 9 su 10 possono farlo. In altre parole, il dato varia molto da settore a settore, ma è la visione d’insieme che rende il senso di una spaccatura netta nel cuore della società: se da un lato, infatti, circa metà della popolazione lavorativa può lavorare da remoto, l’altra metà non può farlo.

A questo va aggiunto un altro elemento di rottura, più trasversale rispetto al primo, sia a livello geografico sia a livello produttivo: ovvero quello tra coloro che alla fine della pandemia, e quindi al termine delle misure straordinarie poste in essere a tutela dell’occupazione, avranno un lavoro garantito e quelli che, al contrario, non saranno altrettanto fortunati. Finora sono milioni le persone che hanno perso il proprio posto di lavoro e altrettante si aggiungeranno alla lista.

Senza infine dimenticare l’impatto che la tecnologia, accelerato dalla pandemia, sta avendo sulle vite professionali di tutti. A questo proposito, secondo stime McKinsey, circa 1 lavoratore su 4 dovrà cambiare mestiere in virtù della transizione digitale.

Insomma, se il Covid non ha fatto discriminazioni, il mondo produttivo rischia di farlo minando alle radici la stabilità sociale. Sarà quindi necessario un significativo supplemento di visione, di collaborazione e di gestione per scongiurare il rischio di un corpo a corpo dalle conseguenze imprevedibili.

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