martedì, 30 Novembre, 2021
Politica

Il Pd? Si liberi di se stesso

Come un fulmine a ciel, quasi, sereno le dimissioni annunciate da Zingaretti aprono clamorosamente la partita che in maniera sotterranea si stava preparando nel Pd. Ed è a tutti evidente che non solo per i 5 stelle ma anche per il Partito democratico è arrivata l’ora delle scelte difficili.
Dal 2014 ad oggi il PD è stato attraversato da una sequenza di tempeste: l’avvento di Renzi, la “rottamazione”, l’uscita di Bersani, le dimissioni di Renzi, la ricerca di un segretario “stabile”, la sonora sconfitta elettorale nel 2018, l’alleanza di governo con gli avversari di sempre, i 5 Stelle, l’uscita di Calenda, la scissione di Italia Viva e ora l’uscita di scena del segretario pacificatore.


Insomma, uno stress continuo che è insieme sintomo e causa di un malessere che nel tempo si è aggravato.

Zingaretti era riuscito a rimettere insieme i cocci e ridare unità al partito, ma è durata poco. Le defezioni di Calenda e Renzi hanno riaperto le ferite e la divisione che si è registrata durante la crisi del Conte 2 ha dimostrato che il Pd non è unito e non ha una visione condivisa del suo futuro.

In queste situazioni, di solito, si avvia una riflessione approfondita che sfocia in un congresso. Per ora in programma c’è l’assemblea nazionale di metà marzo che dovrebbe avviare una fase precongressuale, lunga o breve che sia. Ma se le dimissioni di Zingaretti non dovessero rientrare tutto subirebbe un’imprevista accelerazione.

Il Pd deve ridisegnare la sua identità. Dato per scontato che vuol continuare a definirsi e posizionarsi “a sinistra”, il Pd deve spiegare a se stesso e agli altri cosa significhi oggi essere di sinistra. Le vecchie categorie e classificazioni della politica sono state travolte dalla globalizzazione, dagli stravolgimenti nel lavoro dovuti all’economia digitale, dall’avvento dei populismi e, ora, dalla pandemia.

Il Pd è apparso in questi anni più preoccupato di mantenere un precario equilibrio interno che interessato a raccogliere le sfide che vengono dalle varie “disruption” del mondo reale e a rimodulare la propria offerta politica.

Essersi concentrati sull’unità interna e sulla ricerca di alleati ha distratto dalla necessità di definire una strategia di lungo termine.

Le tendenze elettorali dimostrano che il partito sta perdendo appeal e rischia di diventare subalterno ad altre forze politiche. Perfino i 5 stelle, con la ipotizzata leadership di Conte, sembrano potersi rialzare e tornare ad occupare un’area diversa dal passato ma intorno al 22%. Per il Pd lo scenario prevede una discesa al di sotto del 15%, con un netto sorpasso da parte anche del partito di destra di Giorgia Meloni.

Ce n’è abbastanza perché suoni l’allarme.

Il Pd ha bisogno di una nuova rifondazione. Deve scrollarsi di dosso l’immagine logora di un partito che contempla il proprio ombelico, che si crogiola su vecchie certezze e sulla staticità di un gruppo dirigente che non riesce ad aprirsi a nuove energie , ad usare nuovi linguaggi e a ritrovare un modo per dialogare con la base popolare, un tempo considerata un “patrimonio” della sinistra e da 10 anni in qua abbandonata alle sirene dei populisti e delle destre.

Solo un radicale cambiamento di mentalità, di idee, di simboli, di riti e di classe dirigente può far uscire il Pd da un’apparente comfort zone che fa da narcotico al partito. Una forza di sinistra moderna, riformatrice, libera dalle litanie del political correct, attenta a capire i nuovi modelli di produzione della ricchezza e la necessità di rivedere la sua distribuzione può occupare uno spazio in quell’area che un tempo era considerato monopolio della sinistra.

Il Pd potrà sopravvivere solo se si libererà di se stesso e se , con veste nuova, si proporrà come federatore di una “sinistra” che mette le mani in pasta sui problemi e propone soluzioni nuove e coraggiose.

Nessuno può restare come prima, tanto meno un partito che dovrebbe avere come regola nel suo Dna il cambiamento e non la conservazione.

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