sabato, 17 Aprile, 2021
Società

La valigia diplomatica per l’ultimo viaggio. Ricordo dell’Ambasciatore Luca Attanasio

Giuro di essere fedele alla Costituzione Italiana e alle sue Leggi e di adempiere il mio dovere di funzionario dello Stato”.
Sono queste le parole del solenne impegno che ogni ambasciatore pronuncia nella cerimonia di insediamento al Ministero degli Esteri.
Antonio Morabito, in pensione da pochissimi mesi, li ricorda ancora con commozione anche nel pronunciarle oggi, così come ricorda con affetto il collega Luca Attanasio in questa intervista con La Discussione.


In uno dei suoi libri, “Valigia diplomatica” racconta le sue esperienze in diversi territori. Cosa bisogna mettere nella valigia di un diplomatico per affrontare la paura della morte?
La Fede. In ogni mio gesto durante la mia carriera sono stato guidato dalla fede in Dio, dal servizio e lealtà allo Stato italiano, dall’amore per la mia famiglia e dalla solidarietà con gli altri. La professione del diplomatico, come Luca Attanasio ben sapeva, comporta un completo coinvolgimento personale, un grande impegno, un vero spirito di servizio, al di là dei possibili benefici e delle soddisfazioni. È una missione che richiede lo sradicamento dal proprio ambiente, uno scrutinio continuo della vita personale, il dover ricominciare sempre daccapo, dimostrare sempre bravura e capacità, affrontando anche in solitudine momenti di difficoltà e di prova o di novità. Per il diplomatico, come per il militare, per ogni pubblico servitore, l’obiettivo fondamentale del proprio operato è sempre l’interesse collettivo e la promozione e il vantaggio del proprio Paese.

Ma lo Stato o gli Stati nulla possono dinanzi alla violenza dilagante della guerra e della guerriglia.
Quando ho appreso del tragico attentato in cui Luca e Vittorio Iacovacci e Mustafà il dipendente delle Nazioni Unite, sono caduti, ho rivissuto i momenti di terrore di alcune mie missioni. Nonostante sia andato in pensione, seguo ancora con grande interesse e partecipazione gli affari esteri. I vescovi africani, membri dell’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale (ACEAC) visitando lo scorso gennaio le città di Butembo, Beni Bunia, Ituri e Goma, proprio le aree della tragedia, denunciavano “Quello che succede è una grande miseria, c’è sempre guerra! La grande miseria della popolazione, che si sente abbandonata. E poi molta sofferenza è ciò che abbiamo incontrato”. E chiedevano coralmente: “Basta guerra e violazione dei diritti umani nell’est della RDC”. La notizia dell’attentato non mi ha stupito. Mi ha stupito apprendere che un funzionario italiano era divenuto un semplice bersaglio.

Ritiene che non siano state adottate precauzioni e protezioni adeguate ad evitare la tragedia?
Non ero lì, non conosco i termini della missione affidata all’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Democratica del Congo, non posso affermare o ipotizzare nulla ma intendo solo dire che quando si rappresenta uno Stato, e Luca Anastasio era l’Italia, non si dovrebbe mai diventare bersagli. Il valore di un vita umana non dipende dalla funzione che si svolge. Ma è innegabile che colpire un “uomo di Stato” equivale a colpire una Nazione. La morte di Luca Attanasio e degli altri diventa sacrificio estremo con conseguenze gravi.

Come definirebbe il collega Attanasio?
Luca era brillante e serio, pacato e appassionato, ha testimoniato, sempre, in modo esemplare nel corso della sua vita, disgraziatamente, troppo breve, che la professione del diplomatico, come quella del carabiniere, dei militari e degli impiegati e funzionari pubblici è una vera e propria “missione” interamente dedicata al servizio dello Stato. Luca coniugava, con grande equilibrio, la serietà professionale ad una straordinaria umanità, fatta di gesti concreti, di fede, di dono ed apertura sincera agli altri. Il sacrificio estremo di Luca e di Vittorio in terra lontana, incarna i valori più alti ed autentici di questa missione. Il pensiero va alle sue figlie ma anche alle famiglie degli altri caduti a cui nessuna menzione d’onore potrà mai restituire il sorriso dei loro cari.

Ambasciatore qual è il ricordo più triste della sua carriera?
Mi sono state assegnate sede dall’Indonesia all’ Iran all’Argentina, alle Cooperazioni di Aiuto e Sviluppo per le Nazioni africane coinvolte nei programmi di Cooperazione fino al Principato di Monaco. Pur essendo stato tante volte in territori di guerra, non mi sono mai ritrovato in uno scontro a fuoco. Tanti miei colleghi hanno dovuto affrontare pericoli maggiori dei miei e mi sono sentito fortunato nell’aver rischiato solo per le malattie. Con sofferenza, ancora oggi ricordo le volte che mi ammalavo. Lunghe notti insonni per la febbre malarica e le tante infezioni intestinali.
Il sacrificio di Luca mi ha fatto venire alla mente l’agguato a Kindu nel novembre 1961. Un agguato in cui tredici aviatori italiani, membri del contingente ONU in Congo, in missione di pace, vennero trucidati. Eroi immolati sull’altare della pace e della solidarietà. Dolore e sgomento che, tragicamente, si ripetono nel tempo. 

Ed il suo ricordo o la sua missione più bella e gratificante?
Ho pronunciato il mio solenne impegno, davanti all’allora Ministro degli Esteri Andreotti. Ho servito il mio Paese con orgoglio, passione ed abnegazione. Sono andato in pensione mettendo nella mia valigia una immeritata ingiustizia, ma posso dire con serenità e piena buona fede servito al meglio delle mie possibilità la mia Patria. L’apice della mia carriera diplomatica l’ho raggiunto nell’incarico monegasco con la finalizzazione nel 2015 di Accordi sanitari, di cooperazione giudiziaria, trasparenza bancaria e fiscale fra l’Italia ed il Principato di Monaco e la stesura del Rapporto anticorruzione. Ho cercato di raccontare l’aspetto migliore di questo lavoro nei miei libri ” Valigia Diplomatica” Mind Edizioni 2018 e “Mirabilia, stupore della vita” di prossima uscita, perché i giovani possano appassionarsi all’idea di servire la Patria all’estero.

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