domenica, 13 Giugno, 2021
Federalismo Italia
Politica

Autonomia esterofila

Tra le abitudini del Bel Paese, l’esterofilia è una delle più consolidate, frutto, presumibilmente, di una lacunosa identità nazionale che spinge il popolo ha mostrare più i “vizi” che le “virtù” e di una bulimia mediatica di materiale d’oltreoceano che affligge l’Italia dal dopoguerra. L’Italia cerca costantemente di mutuare ordinamenti amministrativi di altri Paesi, dimenticando le differenze culturali, politiche e sociali che intercorrono tra di essi.

Le elaborazioni in tema di federalismo italiano, sbocciate prepotentemente venti anni fa sull’onda del consenso leghista che travolgeva i resti di una Prima Repubblica devastata dall’uragano Tangentopoli, avevano individuato alcuni criteri per l’interpretazione di un fenomeno istituzionale a noi sconosciuto. L’amalgama tra federalismo e regionalismo appariva netta dal punto finalistico, meno sotto quello geografico e diacronico. Ragione per cui, le spinte federaliste si arenarono in un terreno di criogenica attesa.

L’avvento della Terza Repubblica, ha riacceso quegli animi, maturati culturalmente ed istituzionalmente, esprimendo un’aspirazione all’autonomia di parti del territorio nazionale che andasse oltre la regionalizzazione, facendo prevalere una volontà di differenziazione. Precondizione, questa, per la creazione di una autonomia individuata nella dicotomia tra comune identità nazionale e volontà popolare di proteggere l’unità ma non l’uniformità.

Oggi, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, Regioni con bilanci in ordine, chiedono, in sintonia con il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, di vedersi assegnate maggiori competenze rispetto a quelle previste normalmente per le Regioni a statuto ordinario. Iter avviato, in seguito, da Campania, Liguria, Lazio, Marche, Piemonte, Toscana e Umbria.

Se sotto il profilo intellettuale, l’autonomia rappresenta una risorsa democratica di confronto, oltre che di competizione, per la crescita economica e sociale del nostro Paese, sotto quello pragmatico rischia di deflagrare nella creazione di uno spartiacque tra Regioni virtuose e Regioni meno virtuose, alimentando la già precaria interazione tra Nord e Sud d’Italia. Concedere l’autonomia alle Regioni con maggior gettito fiscale, potrebbe significare ridurre le tasse normalmente redistribuite a livello statale, a discapito delle regioni meridionali più in difficoltà.

Il riconoscimento di queste diversificazioni, accompagnato dai dubbi menzionati di natura comparatistica, non sminuiscono l’ammissibilità teorica della coesistenza fra Unità del Paese ed autonomia regionale. Riproporre l’idea vincente di una forma non accentrata di Stato, che vada oltre la centralizzazione del potere, può costituire un passo decisivo per il benessere nazionale a patto che non acuisca le differenze sociali e culturali fra le popolazioni e costituisca un freno a livello economico.

È bene ricordare una espressione autorevole come quella dell’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: «Il Federalismo solidale potrebbe mettere un argine di umanità alla politica. Soltanto l’evoluzione di quel tipo di decentramento non egoista, unito ad una sempre più forte coscienza europea, contribuirà a dare forma compiuta e solido contenuto alla nostra Unità»

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