martedì, 13 Aprile, 2021
Crea Valore

Livolsi: “Il mondo economico che verrà”

Acquisizioni e fusioni di attività, la finanza straordinaria, il mercato globale con le sue potenzialità e naturalmente i rischi, sono i temi trattati nella decima uscita della rubrica “Crea Valore”. La pandemia con le sue varianti che frenano ancora le attese di rilancio dell’economia, ora affidate al ritmo delle vaccinazioni. Una grande visione nazionale e globale quella del professor Ubaldo Livolsi esperto di economia e finanza internazionale. Puntuali le risposte alle nostre domande sulla attualità dell’economia alle prese con l’impatto della crisi. Sul premier Draghi la certezza di Livolsi che l’Europa ci seguirà a fare scelte innovative.

Professor Livolsi, nel 2022 l’Europa tornerà a far rispettare il Patto di Stabilità e l’Italia conta di arrivare a quell’appuntamento con un debito/Pil che scende al 153,4 %, sarebbe realistico, tuttavia, ipotizzare, che correzioni annue in termini di uno 0,5-0,6% di Pil potrebbero essere giudicate sufficienti a compensare progressivamente gli sbilanci. Questo significherebbe dover assicurare annualmente una decina di miliardi aggiuntivi di gettito fiscale per evitare eventuali procedure per debito eccessivo già nel 2022. Quale potrebbe essere una soluzione per evitare un aumento della tassazione in capo ai contribuenti, alle imprese e al tessuto produttivo?
“Ciò che doveva essere un giusto e ottimistico obiettivo per l’Unione europea, tornare a rispettare il benchmark del rapporto debito/Pil nel 2022, temo che incontrerà difficoltà. A partire dalla probabile terza ondata della pandemia, complicata dalla cosiddetta variante inglese, dalla confusione e dal mancato rispetto degli impegni nella consegna dei vaccini da parte dei produttori. Situazione ricordata dal nostro neopresidente del Consiglio, al Consiglio Europeo della settimana scorsa. Alcuni osservatori per questo ipotizzano una deroga di un anno o due, io penso che uno potrebbe bastare. Se comunque mantenessimo l’obiettivo del 153,4, reputo che i termini dello 0,5-0,6% potrebbero non essere sufficienti. In questo senso sono convinto che la politica economia di Draghi, che asseconda pienamente gli obiettivi di Bruxelles e che quindi dovrebbe ricevere il via libera, sarà focalizzata sul creare aspettative di fiducia nell’economia e nelle persone, con la finalità prioritaria di mettere al centro le imprese. Se questa saranno nelle condizioni migliori per agire, l’intera economia ne trarrà giovamento. Draghi compirà inoltre scelte politiche. Se è vero che porrà mano a una revisione complessiva del sistema fiscale italiano e delle aliquote, mantenendo in ogni caso il principio costituzionale di progressività, ritengo che si soffermerà molto sull’evasione, conservando l’obiettivo di un fisco più equo, anche intervenendo sull’aggiornamento del catasto immobiliare, che come sappiamo in Italia presenta incongruità evidenti”.

Il 2021 sta diventando anche l’anno della ripresa per le operazioni di aggregazione e fusione (M&A). Le aziende cercano margini e queste operazioni consento ai gruppi di ridurre costi e aumentare la marginalità per i propri azionisti. Alcuni delle tendenze già in atto nel mercato a livello globale, si sono ulteriormente consolidate con la pandemia. Anche in Italia i fattori Esg e la sostenibilità ambientale in particolare sono sempre più un driver per l’attività di M&A. Lei, pensa, che in futuro, operazioni di finanza straordinaria, per ora riservate ai grandi gruppi industriali, possano funzionare anche nella piccola impresa?
“La finanza straordinaria è un tema che mi interessa molto e coltivo a livello di studio, oltre che professionalmente. Le operazioni di M&A negli ultimi anni hanno iniziato a essere percepite in modo diverso dagli imprenditori – che prima guardavano a esse con una certa diffidenza -. Oggi le considerano strumento di crescita. Sono convinto che ci sarà un’estensione dei processi di M&A non solo alle grandi aziende, ma soprattutto tra le Pmi e le piccole imprese, il che è molto importante perché queste due ultime rappresentano oltre il 90% del nostro tessuto produttivo. L’obiettivo di Next Generation EU e le dichiarate intenzioni di politiche economiche sostenibili, sia da parte della Cina con il presidente Xi Jinping, sia degli Usa con il nuovo inquilino della Casa Bianca Joe Biden, hanno introiettato non solo negli imprenditori, ma anche negli investitori, la consapevolezza che i fattori ESG e la sostenibilità saranno sempre più un driver delle operazioni di M&A. A ciò contribuiranno la semplificazione degli strumenti, penso ad alcune piattaforme fintech, che per esempio mettono in contatto le aziende eliminando intermediari così facilitando l’accesso al mercato dei capitali e del debito. Sono sicuro che anche il Governo Draghi faciliterà questi processi ricorrendo alla canalizzazione dei fondi europei e alle agevolazioni fiscali verso quei settori produttivi che assecondano tale visione complessiva. Ne guadagnerà tutto il sistema, non dimentichiamo che il processo di M&A, se ben gestito, ha una capacità straordinaria di generare redditività, che potrà essere reinvestita nelle aziende per la loro crescita”.

Fino al 30 giugno 2021 la proroga del Golden Power. Il governo ha dato parere positivo all’emendamento, per tutelare gli asset strategici da scalate ostili, anche in operazioni che coinvolgono partner europei. Lo scopo è quello di tutelare le imprese italiane da possibili scalate anche all’interno dell’Ue, in settori di rilevanza strategica come quello finanziario, bancario e radio-Tv. Il Golden Power è uno strumento utile, che però agisce ex post, quali altri strumenti di deterrenza contro le scalate ostili che lo Stato può introdurre? Si può immaginare un ruolo di Cassa depositi a sostegno delle imprese nel mirino di attori ostili, come succede in altri Paesi Ue?
“Non bisognerebbe arrivare alla Golden Power. Non solo gli imprenditori, ma anche i risparmiatori italiani, dovrebbe attivarsi per tutelare le nostre aziende ed evitare le scalate degli stranieri nelle nostre imprese. Strumenti per investire nell’equity delle aziende di casa nostra ce ne sono, come i Pir (Piani individuali di risparmio), che pure andrebbero migliorati, ed altri certo andrebbero ripensati se non ideati da zero. Basta vedere, per citare due casi molto noti, Telecom Italia e Stellantis, dove i francesi hanno e vorranno avere un ruolo certamente predominante rispetto quello degli italiani. Credo che Draghi agirà anche in questa direzione. Un’opzione, come abbiamo detto, sarà quella di indirizzare i risparmi agevolando i trattamenti fiscali nei confronti delle nostre aree strategiche e favorendo così i nostri gioielli produttivi, come quelli nei settori dell’energia e dell’hi-tech, comparti in linea con le indicazioni dell’Unione europea. Guardiamo anche al farmaceutico, un comparto nel nostro Paese rappresentato da piccole e medie aziende, a differenza delle grandi multinazionali straniere, il che abbiamo visto ha avuto effetti negativi nell’approvvigionamento dei vaccini. Si può anche immaginare un ruolo di Cassa depositi e prestiti per rafforzare le nostre aziende e proteggerle da scalate ostili da parte della concorrenza estera. Tuttavia, è fondamentale che ciò non sia un modo mascherato di fare entrare lo Stato nelle aziende, che devono essere guidate dal principio della libera impresa e gestire da manager capaci, scelti dal mercato e non dalla politica. Credo però che Draghi, per formazione e cultura economica, cercherà di limitare la presenza dello Stato nelle imprese, anche in quelle bancarie”.

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