venerdì, 18 Giugno, 2021
Attualità

Il caso WhatsApp e il valore dei nostri dati sul web

Ha fatto discutere la recente decisione delle celebre app di messaggistica WhatsApp di modificare le proprie regole contrattuali in relazione alla condivisione con Facebook delle informazioni contenute nelle conversazioni dei propri utenti: a far data dal prossimo 8 febbraio (data, dopo le ultime polemiche, spostata in là di qualche mese), per continuare ad usare la famosa app bisognerà accettare in toto le nuove condizioni.

Le principali novità riguardano tutte quelle aziende che usano l’applicazione per comunicare con i propri clienti, una vera miniera di informazioni commerciali. Grazie infatti alla possibilità offerta dalle nuove regole sulla privacy (che l’utente è costretto ad accettare pena non poter usufruire più del servizio) sarà possibile analizzare e trasferire a Facebook le informazioni relative alle conversazioni intrattenute tra gli utilizzatori e le aziende per finalità di marketing.

Il caso ha risvegliato l’attenzione (molto sopita in verità) sull’importanza (e la scarsa tutela) dei dati personali degli utenti sul web, in un’era  in cui la parola ha lasciato spazio alla navigazione. Parliamo di meno e scriviamo di più, trascurando il valore di una chiacchierata telefonica e producendo, in sostituzione, tonnellate di dati sotto forma di messaggi, audio e pagine web.

Queste nuove dinamiche comportamentali non fanno altro che aumentare la produzione di migliaia di notizie, frammenti sulle proprie abitudini, preferenze, credenze, opinioni, mettendo così in bella vista la nostra privacy, mutandone radicalmente il significato e il suo valore.

Una miniera di elementi su di noi, su cosa veramente pensiamo e vogliamo. Un tesoretto che, se applicato a fini commerciali, può diventare l’arma segreta per ogni azienda e, se applicato in ambiti diversi, come ad esempio in politica, può segnare il successo di ogni sistema di governo ma anche un controllo capillare dei cittadini. Ed ecco, allora, il protagonista indiscusso dei giorni nostri: il Dato.

Un secolo fa, la risorsa più preziosa presente in natura era il petrolio. Oggi, nell’era digitale, i dati personali costituiscono, come detto da più parti, il nuovo petrolio, grazie ad una società che basa sul “data driven” l’intera sua esistenza.

Chi frequenta un social network, chi compie acquisti attraverso un sito di e-commerce, usufruisce di un servizio di cloud computing o, ancor più semplicemente, attinge informazioni disponibili attraverso un motore di ricerca, offre al gestore del servizio un’ampia mole di dati personali.

Per questo, le recenti polemiche  seguite all’annuncio, da parte di WhatsApp, di cambio della propria politica di gestione dei dati degli utenti, ha infiammato e ravvivato la presa di coscienza sul valore di queste informazioni che ognuno, liberamente, consegna (o meglio “regala”) al proprio gestore di servizio.

Ma la domanda di fondo che ogni utente dovrebbe porsi, al di là delle indignazioni di rito, e se oggi riuscirebbe a vivere senza questa chat. Meglio “ostaggio” delle big companies di Internet, dunque, che impossibilitati a condividere l’ultimo meme di Osho? Ai posteri (digitali) l’ardua sentenza.

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