domenica, 28 Febbraio, 2021
Politica

Conte… come il Principe di Salina?

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Mai avere o esibire troppo potere. È una regola non scritta della nostra politica che sembra stridere con il desiderio degli italiani di essere governati con mano ferma e decisione. Insomma il politico che vuol sopravvivere in Italia deve dimostrarsi sufficientemente determinato e decisionista ma senza esagerare, senza mostrare sempre i muscoli, senza alzare troppo la voce, pronto, invece, a fare o simulare ritirate strategiche, quando necessario.

In tanti si sono suicidati politicamente per non aver tenuto conto di queste semplici considerazioni.

Giuseppe Conte è nuovo della politica, ma dal giugno 2018 molte cose le ha imparate.

La tempesta scatenata da Renzi una settimana fa Conte non l’ha mai presa sul serio. Il presidente del Consiglio sa di essere in una botte di ferro. Per tre motivi.

Primo. Non c’è una maggioranza alternativa a quella giallo-rossa. Fantasie, quelle di un’alleanza tra i due Mattei. Salvini non lascerebbe mai a Giorgia Meloni il monopolio dell’opposizione di destra. E Renzi sa che perderebbe per strada buona parte dei suoi parlamentari che con la destra di Salvini al governo non ci andrebbero neanche sotto tortura. Di governi istituzionali, neanche l’ombra, perché sarebbero una Babele manicomiale, viste le distanze abissali esistenti tra i possibili partecipanti.

Secondo. Non c’è un altro Presidente del Consiglio che possa garantire l’equilibrio, strano e precario, ma che finora regge, tra Pd e 5 Stelle. Se al posto di Conte andasse un esponente del Pd o uno dei leader dei 5 Stelle salterebbe tutto.

Terzo. Le elezioni anticipate. Sarebbero l’ultimo atto di follia e irresponsabilità se le provocasse un partito della maggioranza: si sa già che finirebbero per dare alla destra una valanga di seggi consentendole di eleggere il prossimo Presidente della Repubblica e di modificare al galoppo la Costituzione. Il Pd guadagnerebbe poco, i 5 stelle si dimezzerebbero, Italia Viva rischierebbe di scomparire. Insomma un capolavoro di autolesionismo nel bel mezzo della vaccinazione di massa e dell’uso dei 209 miliardi dell’Europa.

Tutto questo basta a Conte per non fare alcuna mossa? No.

Sarebbe un errore non dare segnali di cambiamento. Conte ha incassato con piacere il no al rimpasto dei 5 Stelle, del Pd e di Leu. Aspetta di vedere le carte di Renzi. Ma deve essere pronto a introdurre qualche correttivo. Il primo: un cambiamento di metodo nella gestione del PNRR. Potrebbe utilizzare il CIPE rafforzandolo con la consulenza di esperti e ricorrendo a manager esterni solo per effettuare i raccordi necessari tra le diverse competenze dei ministeri. Senza esautorare nessuno, i coordinatori dei progetti dovrebbero assicurare la loro effettiva esecuzione evitando il rischio che si impantanino tra i compartimenti stagni e i tempi biblici della Pubblica Amministrazione.

il secondo: allargare la collegialità della cabina di comando di Palazzo Chigi.

È proprio Conte che deve proporre, e non farsi chiedere, la nomina a vicepresidenti del Consiglio dei segretari dei partiti di maggioranza. In questo modo toglierebbe qualsiasi alibi ai suoi critici, avrebbe il controllo di una maggioranza blindata da qui a fine legislatura e tutto questo lo farebbe emergere come vero e proprio statista di spessore.

Gattopardismo? Per mantenere equilibri politici complessi nell’interesse del Paese a volte bisogna saper anche applicare con intelligenza la filosofia, insieme pessimista ma anche rivoluzionaria, del Principe di Salina.

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

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