sabato, 19 Giugno, 2021
Il Cittadino

SPID, ma non “speed”

I cambiamenti imposti al nostro modo di vivere durante questo difficile 2020 dall’emergenza Covid, se esattamente analizzati e rielaborati, potrebbero rappresentare uno dei pochi aspetti positivi della pandemia.

Abbiamo avuto molto chiaramente in questo anno la prova che l’informatica ed una rete internet efficiente possono semplificare di molto la vita. Ma anche la riprova che lo strumento informatico, messo in mano al burocrate, in tutte le manifestazioni dello Stato (Inps, Agenzia delle Entrate, amministrazioni centrali e periferiche), finisce di essere “friendly” e diviene inutilmente complicato e, spesso, ostile.

Non mi spiego ad esempio – paragonando l’informatica pubblica a quella dell’industria privata – come ciò che per quest’ultima sia facilissimo, divenga una chimera per la prima. Non capisco perché, attraverso un’applicazione scaricata liberamente sul telefonino, posso autenticarmi con la mia banca semplicemente mostrando il viso e compiere così qualsiasi operazione finanziaria, anche rilevante. Mentre il pagamento di uno dei diecimila balzelli con cui lo Stato ci opprime diviene un’avventura. O perché posso acquistare e pagare con semplicità assoluta uno o più beni e riceverli, spesso senza spese, nel giro di un giorno, mentre il semplice ricevere una qualsiasi risposta dalla pubblica amministrazione richiede tempi più che nella società di oggi appaiono biblici.

Così come è avventuroso l’accesso ai siti pubblici: legato fino a ieri a password che venivano inviate per metà per posta, ritardando e rendendo inutile il collegamento informatico; e che oggi sono affidate allo SPID (sistema pubblico di identità digitale): un sistema complesso, per ottenere il quale servono numerosi passaggi, tutti difficili e non chiari; e soprattutto non immediati. Con l’invito esplicito su internet a recarsi di persona nell’ufficio “competente (che non si capisce quale sia). E, ovviamente, con il proliferare di siti privati che, a pagamento, assistono il cittadino che voglia così accreditarsi:  avvertendo, però, chiaramente, che il codice SPID verrà rilasciato dall’ente preposto “solitamente” dopo ventiquattr’ore. Non “speed” se mi è consentito il gioco di parole.

In più col dubbio che non basti lo SPID per accedere a tutti i servizi pubblici, ma che dovremo ogni volta accreditarci presso l’ente con cui vogliamo interloquire: l’INPS, il Comune, l’Agenzia delle Entrate, la Regione.

Insomma un sistema da burocrati, finalizzato non all’ottimizzazione di un servizio, ma a garantire al potere coinvolto un certo dominio sul suo cortiletto.

Un sistema dove l’efficienza è l’ultimo dei problemi e dove non c’è alcun riguardo verso l’utente, che non ha alternative e deve sottostare a tempi e metodi  che rallentano tutto.

Perché il problema è tutto qui.

Nella radicata – ed errata – convinzione che l’attività dello Stato sia sempre autoritaria e procedimentale e che i “servizi” che esso eroga non siano un diritto del cittadino-utente, ma una “concessione” del potere: sempre subordinata alle “esigenze dell’ufficio”, che giustificano qualsiasi disservizio. Ne consegue, con questa costruzione, che ciò che a nessun cittadino o a nessuna impresa privata è permesso nei confronti dello Stato da termini sempre “perentori” ed il cui mancato rispetto determina sanzioni, diventa la regola per lo Stato, che può a proprio arbitrio rendersi inadempiente.

Funziona così in tutti i settori: anche nella Giustizia (ne parleremo presto in maniera più approfondita) dove per generiche “ragioni di ufficio” vengono disposti rinvii anche di anni: con una sostanziale “denegata giustizia” (mi riferisco al settore civile) perché la decisione che non arriva tempestivamente spesso è completamente inutile.

Il rimedio a me (e non sono solo) sembra a portata di mano: basta scindere l’amministrazione dall’organizzazione.

Così con riferimento alla Giustizia, settore che mi è più congeniale, non demandare l’organizzazione di un Tribunale al suo Presidente: che è un magistrato, ignaro (come lo sarei io) di qualsiasi cognizione gestionale, ma ad uno specialista di gestione.

Formiamo, in Italia, degli ingegneri eccezionali in questa materia: sono quelli laureati nella speciale branca della ingegneria gestionale: fiore all’occhiello di magnifiche Università (dal Politecnico di Milano alla Sapienza di Roma) e, introdotta – lo noto perché da calabrese non perdo occasione di segnalare quando non siamo proprio “ultimi” – dall’Università della Calabria, nel 1972, dal suo primo Rettore, Beniamino Andreatta.

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