mercoledì, 2 Dicembre, 2020
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Seconda ondata, primi errori

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Ci siamo accorti che la pandemia in Italia è fuori controllo con due mesi di ritardo.

Il 25 agosto in Italia, 9 giorni dopo la chiusura delle discoteche, contagi andavano al passo, 878. In Francia erano già quasi 4 mila. in Spagna 3 mila. Questo dato ci inorgogliva: noi eravamo stati capaci di controllare il virus, i nostri vicini invece no. Soddisfatti per questa presunta superiorità ci siamo, come al solito, cullati sugli allori.

E intanto le piazze della movida erano piene di gente che non usava la mascherina, non rispettava le distanze, i mezzi pubblici cominciavano ad essere stracolmi. Ma nessuno si curava più di tanto di quello che accadeva. Un’allegra anarchia si diffondeva tra noi, facilitata dalla totale assenza di controlli.

Un mese dopo, il 25 settembre, i contagi da noi andavano già al trotto erano 1912, in Francia galoppavano intorno ai 16 mila, così anche nel Regno Unito e in Spagna. E noi continuavamo a pensare che la seconda ondata per noi sarebbe stata una leggera ondina mentre nel resto d’Europa stava già assumendo le dimensioni di uno tsunami. Ma nessuno si preoccupava più di tanto. Intanto in bus e metro, complice la riapertura delle scuole, si viaggiava come sardine. I ristoranti erano tornati ai bei tempi ma senza le necessarie precauzioni, salvo quelle dei camerieri che portavano la mascherina.

Dal 10 ottobre la crescita dei contagi ha cominciato a galoppare anche da noi ma abbiamo continuato a pensare solo al gap tra i nostri 5.700 e i 28 mila francesi e ci consolava che anche la brava Germania ne contasse quasi quanto noi.

Eppure del virus due cose le sapevamo con certezza: che era meno letale di quel che ci sembrava a marzo ma che era contagiosissimo. Ci siamo soffermati sul primo dato e abbiamo nascosto la testa nella sabia per non vedere il secondo.

Un approccio razionale, a fine agosto, avrebbe portato a fare il seguente semplice ragionamento. In primavera abbiamo impiegato due mesi di chiusura totale per frenare la corsa del virus; abbiamo riaperto tutto da metà maggio e il virus ha ripreso a muoversi in libertà; a luglio e agosto  la mascherina non l’ha portata quasi nessuno  mentre discoteche e locali vari si sono riempiti  a dismisura; se le regole non le rispettiamo il virus circolerà sempre di più e, infettando più persone, si riprodurrà in maniera vorticosa; quindi rischieremo di trovarci con una marea di persone che avranno bisogno di curarsi. Alla fine di questo ragionamento la domanda da farsi era, ed è, una sola: il nostro servizio sanitario è in grado di fronteggiare un numero abnorme di malati senza andare in tilt e lasciando morire persone prive di assistenza?

Poiché la risposta a questa domanda era ovvia, bisognava tempestivamente frenare la galoppata del virus, rendendo obbligatoria sempre e ovunque la mascherina, aumentando le distanze di sicurezza nei ristoranti e bar, impedendo alla movida di creare assembramenti e sanzionando pesantemente chiunque violasse queste disposizioni. Ma poi bisognava intervenire con decisione per decongestionare il trasporto pubblico, aggravato dalla riapertura delle scuole, coinvolgendo i mezzi privati con un grande piano di integrazione pubblico-privato. Stessa ricetta andava adottata per il tracciamento dei contagi, con il coinvolgimento forte della sanità privata. Nulla di tutto questo è stato fatto e si è andati avanti come nulla fosse.

Ora che abbiamo raggiunto anche noi i 20 mila contagi e che gli ospedali cominciano ad essere in affanno, ci aspettiamo che il Governo adotti provvedimenti salvifici. Ma il Governo non può ripetere il lockdown della primavera, le Regioni vanno in ordine sparso, non hanno fatto niente per potenziare la sanità che è sotto il loro controllo e quindi si naviga senza una rotta precisa. Che fare? In queste circostanze le soluzioni possibili sono due.

La prima: una frenata brusca con un lockdown subito di una settimana soltanto, ma senza chiudere le attività delle aziende, approfittando della pausa per potenziare il trasporto pubblico-privato, per far costruire a tempi di record nuovi reparti Covid con un impiego massiccio di denaro pubblico e procedure di urgenza.

Dopo una settimana si potrebbe tornare ad una relativa normalità ma con regole severissime e sanzioni molto pesanti per i trasgressori.

La seconda soluzione è un intervento chirurgico con cui, senza chiudere niente, ascoltando le parti interessate, settore per settore, si fissano regole molto rigide di organizzazione e funzionamento per ottenere il massimo di sicurezza possibile e prevedendo sanzioni molto severe. Questo comporta la capacità delle istituzioni di effettuare controlli massicci e di far rispettare le regole, senza lassismi. Ovviamente anche la seconda soluzione richiede comunque interventi massicci nei trasporti pubblici e nel potenziamento della sanità.

Il Governo ha scelto una via di mezzo che però colpisce nel mucchio per cui ristoranti e bar che hanno rispettato le regole sono costretti a chiudere la sera al pari di loro concorrenti che le regole non le hanno mai rispettate. Da qui anche crescenti malumori. Gestire il lockdown totale è stato, paradossalmente, più semplice. Governare una situazione complessa affrontata con ritardo richiede grandi capacità di governo e di controllo. Non basta inserire nei DPCM dei consigli o degli auspici. Servono regole precise, concordate con le parti coinvolte e un sistema di controlli che in Italia non ha mai funzionato. Ma questa è la buona volta per voltare pagina anche in questo. Abbiamo 300 mila forze dell’ordine, esercito a parte. Mobilitiamole tutte per i controlli. E assumiamo rapidamente almeno altre 20 mila unità da inserire in questo circuito. Saranno soldi ben spesi.

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