martedì, 20 Ottobre, 2020
Europa

Apple e le sue tasse: l’Europa può attendere

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Spade affilate a Bruxelles per l’inizio di un duello all’ultimo spicciolo. 

Il singolar tenzone che sta tenendo banco in questi giorni vede coinvolti la Commissione europea, guidata dalla Presidente Ursula von der Leyen, e la società americana Apple. Convitata di pietra la Repubblica irlandese rea – secondo la Commissione – di aver illecitamente accordato al gigante dalla mela morsicata aiuti finanziari per circa 13 miliardi di euro, distorcendo così la concorrenza nell’Unione.

La controversia prende le mosse da una decisione dell’Antitrust europeo che, nel 2016, aveva inflitto una multa salatissima al colosso di Cupertino, accusato di godere di un regime fiscale favorevole per le proprie attività in Irlanda. Proprio il paese dei trifogli, tra il 2003 e il 2004, avrebbe concesso ad Apple notevoli benefici tributari, cosa che, stando ai rilievi sollevati dalla Commissione, costituiva un sostegno illegale ai sensi delle norme sugli aiuti di Stato. Da qui l’ordine verso il gigante hi-tech di restituire all’erario della verde Irlanda i 13 miliardi illecitamente risparmiati.

Il primo round, però, se lo è aggiudicato Apple che, avuta man forte dai giudici di primo grado, si è vista cassare le accuse (e le sanzioni) decretate dagli inquilini del Berlaymont. La scorsa estate il tribunale ha statuito che la Commissione ha sbagliato a dichiarare Apple come beneficiaria di un aiuto di Stato dall’Irlanda e, quindi, nulla è dovuto all’erario celtico, neanche un iPhone.

La cosa però non è stata apprezzata dalla Commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager che ha già annunciato ricorso contro il provvedimento.

La questione ha riportato all’attenzione la recente problematica delle tassazioni da applicare ai giganti del web (e loro affiliati). La necessità di aggiornare il sistema fiscale di riferimento, in modo da ricomprendervi i fenomeni legati alla nuova economia hi-tech e quella dematerializzata, è avvertita da tutte le istituzioni come un punto non più rinviabile, e in questa direzione si collocano le diverse proposte, anche in sede comunitaria, volte a tassare i giganti del web.

In particolare, social network e motori di ricerca forniscono servizi che viaggiano sulla rete in condizioni sempre più autonome e indipendenti, operando al di fuori delle regole di settore, che non trovano applicazione nei loro confronti perché nate antecedentemente al loro ingresso sul mercato, spesso eludendo ogni imposizione fiscale, sfruttando le dimensioni «globali» del proprio business.

La consapevolezza che l’attuale cornice fiscale non sia più adatta allo sviluppo dell’economia digitale e dei nuovi modelli di business è ormai pacifica. Ma chi di tecnologia ferisce di tecnologia potrebbe anche perire per mano dei giudici comunitari. Ai posteri, è proprio il caso di dirlo, l’ardua sentenza.

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