martedì, 22 Settembre, 2020
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Politica

Il costo della politica e (è) la questione morale

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Mentre si avvicina la data del 20 e 21 settembre, per il “SI” o per il “NO” alla riduzione del numero dei parlamentari, chiesta dal Senato della Repubblica con la sua iniziativa di raccolta firme, passando così il testimone al popolo degli elettori, crescono dubbi e nascono diffidenze e sospetti per gli strascichi che ne seguiranno, a parte le decantate illusioni per i vantaggi di efficienza ed efficacia interni al Parlamento e per i benefici alla collettività.

Il dilemma italiano da risolvere rimane sempre quello di capire se il malfunzionamento della macchina statale dipenda dall’eccessivo numero dei parlamentari con i relativi conseguenti costi o sia legato, piuttosto, ad una questione morale. Non si capisce, quindi, come il problema prioritario, essenziale, ed urgente da risolvere sia rimasta solamente l’arma del referendum popolare e che la colpa di tutti i mali sarebbe il numero eccessivo di politici che compongono il Parlamento e non, invece, la questione morale. Essa, però, non può essere affrontata e risolta dai partiti, dai loro capi, con la nomina dei parlamentari nelle loro segrete stanze, con metodi alquanto opinabili, a volte non molto dissimili da quelli che si combattono nel mondo agricolo. L’aspettativa che risiede nell’articolo 49 della Costituzione è ben diversa. Esso, infatti, afferma che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ed è proprio il metodo democratico, dentro e fuori, che lascia a desiderare. Ma non può essere neanche la Magistratura a fare le liste dei candidati. 

La questione morale appartiene alla scuola, alla famiglia, alla società ed alla politica gli strumenti di tutela per non farla degenerare perché essa viene la lontano; nasce insieme all’uomo ed alla donna e poi, nel tempo, si è fusa con la politica, si è trasformata, e con essa è diventata un solo corpo, come dimostrano le inchieste dell’ultimo quinquennio, dal caso Consip alla terzina dei commercialisti, senza fare sforzi di memoria per ricordare l’opera incompiuta di “mani pulite”.

Le elezioni sembra che siano materia d’esame di matematica in ogni occasione, tanto per contarsi, per misurarsi, mentre le inchieste sarebbero ad orologeria: entrambe errate convinzioni.

Bisognerebbe, invece, abituarsi ad aspettare le indizioni delle elezioni alle loro scadenze naturali ed essere rispettosi dei processi, difendendosi in essi e non da essi. Sono due argomenti apparentemente autonomi ed indipendenti, mentre le due questioni sono unite, viaggiano insieme, a braccetto, si danno reciproca assistenza, al punto da con-fondersi fino a farne perdere le tracce, le origini, le cause, sia del costo della politica e sia della questione morale.

E allora questo referendum richiesto dai 71 Senatori è solamente perdita di tempo e sperpero di denaro pubblico? Bisogna chiederlo a loro, perché solo loro sono custodi delle verità e delle bugie che sottendono alla tessitura della richiesta del Referendum popolare, pensando alla tela di Penelope, ma – ragionando in termini politici – anche alla così detta “legge porcata”, ovvero a quella tattica bellica come pura distrazione di massa, già oggi più che sufficiente ad opera dell’epidemia da coronavirus.

Il referendum, così come partorito dalle menti dei 71 senatori, sembra lo spaventapasseri dai campi di grano, ovvero lo strumento ideale per distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi sociali irrisolti che lo affliggono quali il lavoro, la sicurezza, la scuola, la sanità ed in ultimo, solamente per citazione, la tutela dell’ambiente.

La questione morale cambia coi tempi, ma è anche il tempo che passa che la svuota di contenuti, di interesse, fino, addirittura, a cancellarne la stessa esistenza.

È il fatto illecito in sé, quello penalmente rilevante, perseguito dallo Stato, a cui se ne attribuisce una sanzione di carattere penale, anche con la restrizione della libertà personale, che con il trascorrere del tempo si affievolisce d’interesse e perde la valenza giuridica fino a farvi desistere dall’essere perseguito. È un concetto giuridicamente inquadrato nella terminologia di prescrizione, insieme all’altro temine, decadenza, con simili conseguenze.

In questo contesto non può non affiorare alla mente il pensiero di Enrico Berlinguer, oggi più che mai attuale, quando afferma che ”la questione morale è una grande questione politica, indispensabile per trasformare la società italiana”. “La questione morale esiste da tempo, ormai non più procrastinabile, perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del Paese e la tenuta del regime democratico. Enrico Berlinguer”.

Il costo della politica dipende, fondamentalmente, dalla questione morale, mentre l’eventuale riduzione del numero dei parlamentari metterebbe il senato in gravi difficoltà per le sue 14 commissioni da far funzionare; questo sarebbe uno dei motivi di preoccupazione che avrebbe spinto il Senato a chiedere il referendum, in attesa di uniformare e snellire i due regolamenti parlamentari, oggi autonomi ed indipendenti, come l’articolo 64 afferma.

E se pudore, coscienza e vergogna sono stati influenzati dai costumi di vita quotidiana, quale peso, quale rilevanza, ha la questione morale nella nostra società, nelle Istituzioni, Parlamento compreso? 

Sono tanti e diversi i fenomeni che cadono sotto i nostri sensi, quotidianamente, e che hanno fatto perdere ogni rilevanza al comportamento umano, all’atteggiamento del corpo, alla gestualità ed al linguaggio, sfuggendo tutti all’osservanza della gente comune.

Occorre recuperare la morale, come disciplina educativa di comportamenti rispettosi e virtuosi verso il proprio simile, specie se in difficoltà fisica, morale ed economica.

E allora ai 71 senatori della Repubblica c’è da domandare quale sia l’interesse da proteggere con questo referendum popolare, se la salvaguardia o non di 345 poltrone in Parlamento, o un risparmio di costi della politica, tra l’altro, non determinati e neanche determinabili, come i costi di questo referendum che non sapremo mai.

Le priorità dell’agenda politica, oggi più che mai, sono ben altre, in primis la salute, minacciata da questo male invisibile, conosciuto sotto il nome di coronavirus, che ha rivoluzionato completamente i nostri modelli di vita e le relazioni interpersonali.

Se fosse giuridicamente possibile, il 20 e 21 settembre, alle urne per il voto sul referendum popolare, dovrebbero andarci solamente i 951 parlamentari della Repubblica, nessuno escluso.

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