sabato, 19 Settembre, 2020
Politica

Taglio dei parlamentari, nel Pd cresce la fronda del No al referendum

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Si apre un nuovo fronte di polemica nella maggioranza, stavolta in vista del referendum che dovrà confermare o bocciare il taglio dei parlamentari approvato dal Parlamento.

Si tratta di un referendum confermativo, non abrogativo, e come tale non necessita del raggiungimento del quorum. E monta la polemica sulla decisione di accorpare il referendum con le elezioni regionali.

Il deputato di Forza Italia Simone Baldelli che è uno dei promotori del Comitato per il No attacca in un’intervista a Repubblica: “E’ una vera ‘porcata’ fatta allo scopo di favorire il Sì e far sparire il dibattito sul referendum dai radar. Spero che si ritorca contro chi l’ha fatta. Noi avevamo chiesto una data differente, ma la maggioranza, con la scusa dell’emergenza Covid e delle scuole, ha preferito l’interesse proprio alla volontà del comitato promotore. Speriamo che i ricorsi su questo vengano accolti e che l’abbinamento salti. Ciò che è più giusto e più corretto per i cittadini è che il referendum costituzionale si svolga in una data a parte distante e separata da altre consultazioni”.

E intanto nel Partito democratico cresce la fronda dei No.

Il segretario Nicola Zingaretti ha lanciato l’allarme chiedendo che prima del 20 settembre sia approvata almeno una bozza di nuova legge elettorale. “Votare a favore del referendum sul taglio ai parlamentari senza una nuova legge elettorale è pericoloso. Quindi rinnovo l’appello a tutti gli alleati a fare di tutto affinché, a partire dal testo condiviso dalla maggioranza, si arrivi entro il 20 settembre a un pronunciamento di almeno un ramo del Parlamento”. Il testo condiviso dalla maggioranza di cui parla Zingaretti è il sistema proporzionale puro con lo sbarramento al 5%. 

Il problema è che nella maggioranza giallorossa Italia Viva si è messa di traverso rispetto alla proposta proporzionale e minaccia di votare con il centrodestra il sistema maggioritario. Tuttavia Matteo Renzi si è detto favorevole a discutere, ma vuole avere tutte le garanzie che la nuova legge non vada a beneficio esclusivo di 5 Stelle e dem. Tutto sta nella soglia di sbarramento che i renziani ritengono troppo alta e al momento non alla portata dei numeri che Iv riscuote nei sondaggi. 

Come detto nel Pd si alzano le voci critiche rispetto alla scelta di votare sì al referendum, in testa a tutti quella del sindaco di Bergamo Giorgio Gori e del parlamentare Tommaso Nannacciniche spiega all’Huffington: “I territori, gli italiani all’estero, le zone meno popolose non avranno più rappresentanti e così si allontana la politica dai territori. I parlamentari saranno scelti in liste bloccate dai capetti di partito senza nessun legame con i territori e in Senato i governi saranno sempre in balia di due o tre senatori. Infine, avremo commissioni che funzioneranno peggio, quindi leggi più confuse e meno efficaci. In una parola: democrazia più debole. Questo referendum piace a chi vuole sostituire la democrazia rappresentativa con una piattaforma digitale privata”. Il riferimento ai 5 Stelle e alla Piattaforma Rousseau non è puramente casuale. 

Pare che nel fronte del No entreranno anche Luigi Zanda, Gianni Cuperlo, Daniele Viotti, Pierluigi Castagnetti, Claudio Petrccioli, Arturo Parisi e forse Romano Prodi. A sentire i bene informati il “padre nobile” del Pd si sarebbe espresso contro la riforma ma al momento sembra intenzionato a non dare indicazioni di voto. Ma non è detto che da lui non arrivi l’endorsement che molti dem si aspettano.

(Lo_Speciale)

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