lunedì, 3 Agosto, 2020
Esteri

Il confronto ibrido tra Stati Uniti e Cina

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Nel 1999 due generali cinesi, Qiao Liang e Wang Xiangsui, pubblicarono un volume dal titolo Unrestricted Warfare all’interno del quale, ridefinendo i tradizionali paradigmi individuati dal generale prussiano Carl von Clausewitz, veniva analizzato un nuovo concetto di conflittualità. Secondo i due ufficiali i conflitti del futuro si sarebbero sviluppati attraverso l’impiego di strumenti e attività non prettamente militari capaci però di incidere su aspetti fondamentali della vita di uno stato. Si parla oggi di “conflittualità ibrida” con riferimento proprio all’utilizzo di tali mezzi, che possono essere di natura diplomatica, informativa, militare, economica, politica, legale e sociale e che permettono di mantenere il livello del confronto al di sotto di una soglia oltre la quale si sfocerebbe in uno scontro aperto. 

Quello in corso tra Stati Uniti e Cina è proprio uno scontro di tal fatta, in cui l’impiego di determinati strumenti di potere permette di innalzare o abbassare l’intensità del confronto in base alle strategie del momento. Se un paio di settimane fa la competizione tra i due Stati si svolgeva sul piano tecnologico, con gli USA che gioivano per la decisione del Regno Unito di bandire Huawei dalla costruzione della rete 5G, oggi lo scontro si è spostato sul piano politico e diplomatico. È in questo ambito che si inserisce la chiusura del consolato cinese a Houston, in Texas, la scorsa settimana. Secondo la nota rilasciata dal portavoce del Dipartimento di Stato Usa Morgan Ortagus “la chiusura della sede diplomatica cinese è stata chiesta per proteggere la proprietà intellettuale americana e le informazioni private”. L’amministrazione USA ha infatti ritenuto il consolato cinese l’epicentro di una articolata operazione di spionaggio a danno dell’economia e della politica statunitense. Tali accuse sarebbero state confermate da alcune immagini che mostrano persone, non identificate, bruciare dei documenti all’interno del cortile dell’edificio subito dopo l’ordine di cessazione delle attività. 

In risposta alla chiusura del consolato di Houston, lunedì Pechino ha imposto di chiudere la corrispettiva sede diplomatica statunitense a Chengdu, nel sud-ovest della Cina, provocando la perdita di un avamposto statunitense strategicamente importante nella zona. Da lì, infatti, Washington riusciva a gestire gli affari consolari in diverse province e regioni come quella autonoma del Tibet, Myanmar ed il settore occidentale del confine con l’India, potendo quindi contare anche su un importante flusso informativo utile al monitoraggio della situazione nell’area. Ad inasprire ancora di più la situazione ci ha pensato, giovedì scorso, il Segretario di Stato Mike Pompeo il quale, durante un intervento presso il Richard Nixon Presidential Library and Museum in California, ha tenuto un discorso fortemente anti cinese lanciando varie accuse contro Pechino, compresa quella di essere responsabile per la pandemia in corso, e invitando la “free society” ad unirsi per contrastare il progressivo sviluppo della tirannia cinese. 

Proprio nella politica anti-cinese (e anti-russa) trova fondamento la recente visita di Pompeo in Danimarca dove ha incontrato la premier danese Mette Frederiksen e il ministro degli Esteri Jeppe Kofod. La volontà degli Stati Uniti è di rinsaldare le relazioni con la Danimarca per ottenere una maggiore presenza in Groenlandia, al fine di contrastare l’avanzata dei due rivali nell’Artico. 

L’area sta diventando sempre più importante a causa della presenza di ingenti risorse energetiche e minerarie, ma anche del continuo innalzamento delle temperature. Lo scioglimento dei ghiacci, infatti, ha permesso l’apertura di nuove rotte commerciali fortemente ambite sia dai russi che dai cinesi i quali hanno già intrapreso azioni di vario tipo per assicurarsi una stabile presenza in un zona di estrema rilevanza geostrategica per il prossimo futuro. 

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