La televisione di Stato iraniana ha diffuso i dettagli di una presunta bozza di memorandum d’intesa con Washington, subito smentita dalla Casa Bianca. “Nessuno dovrebbe credere alle notizie diffuse dai media statali iraniani. È una completa invenzione”, ha dichiarato un portavoce americano.
Secondo la versione iraniana, il cosiddetto “Memorandum di Islamabad” prevederebbe il ritiro delle forze militari statunitensi vicine al territorio iraniano, la revoca del blocco navale sui porti della Repubblica islamica e, in cambio, il ripristino entro trenta giorni del traffico commerciale nello Stretto ai livelli precedenti alla guerra. Il transito delle navi sarebbe gestito con l’Oman. In caso di accordo definitivo, il testo dovrebbe essere sostenuto entro sessanta giorni da una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Teheran continua però a rivendicare il controllo sullo Stretto.
Il presidente Masoud Pezeshkian sostiene che “il principale campo di battaglia è la guerra economica”. I Pasdaran hanno affermato che nelle ultime 24 ore sono transitate venticinque navi dopo l’autorizzazione, parlando di “controllo intelligente” su Hormuz. Hanno inoltre avvertito che “qualsiasi atto di aggressione sarà contrastato con colpi durissimi”.
Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida suprema per gli Affari internazionali, ha scritto su X che Hormuz è “la vera garanzia” di un eventuale accordo con Washington: “Documenti e firme non sono una garanzia. La geografia non mente”. Mohammad Akbarzadeh, vice capo politico della Marina dei Pasdaran, ha definito “improbabile” una ripresa della guerra con gli Stati Uniti, ma ha minacciato di trasformare l’area in “un cimitero per gli aggressori”.
Intanto, dopo quasi tre mesi di blackout, secondo NetBlocks, la connettività è tornata intorno al 40% dei livelli precedenti alla guerra, dopo quasi 2.093 ore di isolamento dalle reti internazionali per circa novanta milioni di persone.
Cina e Bce in allarme
Sul piano diplomatico, la Cina ha chiesto il rispetto del cessate il fuoco e un compromesso tra Stati Uniti e Iran. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha auspicato che le parti “rimangano determinate a cercare un cessate il fuoco” e continuino a cercare “un terreno d’intesa comune” per riportare la pace in Medio Oriente.
Anche la Bce guarda con preoccupazione alla crisi. Il vicepresidente Luis de Guindos ha avvertito che la guerra in Medio Oriente ha interrotto forniture globali di energia e materie prime, indebolito la crescita, aumentato i prezzi energetici e l’inflazione. In questo quadro, ha aggiunto, crescono anche i rischi per la cybersecurity e le infrastrutture critiche.
Libano, gli Usa frenano Israele
Il fronte libanese resta il più esposto al rischio di allargamento. Secondo Channel 12, Benjamin Netanyahu avrebbe informato indirettamente Donald Trump dell’intenzione israeliana di estendere le operazioni oltre la cosiddetta linea gialla nel sud del Libano, per contenere il fuoco di Hezbollah. La risposta americana sarebbe stata netta: “Non attaccate Beirut, non vogliamo vedere edifici crollare”.
Washington teme che un attacco alla capitale libanese possa destabilizzare il negoziato con l’Iran e i colloqui con il Libano in corso a Washington. Un alto funzionario israeliano ha però precisato che, pur senza autorizzazione a colpire edifici, “per quanto riguarda le eliminazioni mirate, se si presenta un’opportunità operativa, non esiste alcun divieto”. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha scritto in arabo che “Israele non ha ambizioni in territorio libanese” e ha attribuito l’offensiva al “totale fallimento” di Beirut nel mantenere Hezbollah a nord del Litani.
Evacuata Tiro
Sul terreno, Hezbollah ha annunciato scontri diretti con le forze israeliane a Zawtar al Sharqiyah, a nord del Litani e ai margini della linea imposta da Israele nel sud del Libano. Secondo L’Orient Le Jour, i miliziani hanno usato artiglieria, razzi e droni contro i soldati israeliani e avrebbero impedito l’avanzata di un’altra forza verso Yohmor al Shaqif. L’esercito israeliano ha risposto con raid su diversi centri del sud, tra cui Nabatieh, Habbouche, Kfar Joz, Mayfadoun, Majdel Zoun e Baraachit.
L’Idf ha ordinato l’evacuazione dell’intera città di Tiro, chiedendo ai residenti di spostarsi a nord del fiume Zahrani, circa quaranta chilometri dal confine israeliano. Almeno tre persone sono morte nelle ultime ore, mentre il giorno precedente il ministero della Salute libanese aveva riferito di trentuno morti e quaranta feriti nei raid sul sud del Paese.
A Gaza, fonti di Hamas hanno confermato la morte di Mohammed Odeh, indicato da Israele come nuovo presunto capo delle Brigate Ezzedin Al Qassam e già obiettivo del raid annunciato martedì sera da Benjamin Netanyahu e Israel Katz. Secondo le stesse fonti, nell’attacco sono morti anche la moglie e due figli; Katz ha ribadito l’impegno a eliminare “tutti coloro che hanno guidato il massacro del 7 ottobre” e ha confermato che il piano di “emigrazione volontaria” da Gaza sarà attuato “al momento giusto e nel modo giusto”.





