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L’industria dell’insoddisfazione. Quando il corpo perfetto diventa un traguardo irraggiungibile

Dalla medicina ai social, passando per celebrity e marketing, il corpo non è più qualcosa da curare, ma un progetto da ottimizzare senza fine. Così la bellezza smette di avere un punto d'arrivo e l'insoddisfazione diventa il motore di un mercato sempre più ricco. Non si corregge più un difetto, ma si rincorre un ideale in continuo movimento
sabato, 8 Agosto 2026
5 minuti di lettura

Per molto tempo il desiderio di migliorare il proprio aspetto è stato legato alla correzione di un’imperfezione come un naso ritenuto troppo pronunciato, qualche chilo in più, una cicatrice, i segni dell’età. Oggi qualcosa sembra essere cambiato. Sempre più spesso non si cerca di correggere un difetto, ma di avvicinarsi a una versione idealizzata di sé, modificando anche caratteristiche perfettamente normali. È il passaggio da una cultura della correzione a una cultura dell’ottimizzazione, nella quale il corpo diventa un progetto da perfezionare continuamente e la bellezza un traguardo destinato ad allontanarsi ogni volta che sembra vicino. Così, in una società, che tende ad associare la bellezza a sicurezza, successo e affidabilità, il desiderio di migliorare il proprio aspetto è diventato quasi una strategia di adattamento.

I difetti che non sapevamo di avere

Negli ultimi anni questa ricerca sembra aver cambiato natura. Non si tratta di valorizzare i propri punti di forza, ma di trasformare qualsiasi caratteristica del corpo in un possibile difetto da correggere, aspirando a raggiungere la bellezza assoluta. E questa nuova ossessione per la perfezione nasce dal paradosso che più aumentano gli strumenti per modificarci, più aumentano le cose che percepiamo come correggibili.

Un esempio emblematico arriva dal mondo dalla beauty routine intima. Le maschere vaginali e i trattamenti dedicati alle zone più private del corpo sono diventati di moda, anche grazie alla popolarità di celebrity come Belén Rodríguez, contribuendo a trasformare aspetti legati all’intimità in nuovi oggetti di consumo estetico. La stessa logica riguarda lo sbiancamento dell’area perineale, una pratica un tempo associata soprattutto a determinati immaginari dell’intrattenimento per adulti e oggi proposta come trattamento di bellezza sempre più commercializzato.

Anche il viso è diventato un terreno di continua ottimizzazione. La fascia notturna lanciata da Kim Kardashian per ridefinire la zona mandibolare e del collo è diventata subito virale, arrivando anche al sold out, nonostante restino dubbi sulla sua reale capacità di modificare in modo permanente la struttura del viso.

Quando l’aspetto diventa una “malattia” da curare

Dal mondo della medicina estetica arriva, invece, la cheratopigmentazione, una tecnica che permette di cambiare il colore degli occhi. Nata inizialmente con finalità terapeutiche, per correggere alterazioni dell’occhio dovute a traumi o patologie, è stata successivamente proposta anche per fini estetici. Quando viene eseguita su occhi perfettamente sani esclusivamente per modificare un tratto estetico, però, la comunità scientifica, a cominciare dall’American Academy of Ophthalmology (AAO), invita alla prudenza, ricordando che si possono rischiare infezioni, infiammazioni, danni corneali, alterazioni della vista e, nei casi più gravi, perdita della vista.

Stesso ragionamento vale per gli agonisti del GLP-1, come semaglutide e tirzepatide, farmaci che hanno rivoluzionato il trattamento dell’obesità e del diabete, offrendo a milioni di persone un’opportunità concreta di migliorare salute e qualità della vita. Caso diverso per chi li ricerca per perdere solo pochi chili e modificare il proprio aspetto senza rinunciare al cibo e alle comodità. Il fenomeno è diventato particolarmente evidente dopo il dimagrimento improvviso di numerose celebrity e racconta una trasformazione culturale per la quale un farmaco, nato per curare una malattia, rischia di essere associato sempre più a un ideale di perfezione.

Del resto, anche chi opera nel settore invita a distinguere tra benessere e perfezionismo. Il presidente della Società Italiana di Medicina Estetica (SIME), Emanuele Bartoletti, ha più volte ricordato come la medicina estetica debba perseguire il well-aging, cioè un invecchiamento sano e armonioso, e non alimentare l’illusione di un corpo perfetto. Esiste una differenza sostanziale tra accompagnare il naturale cambiamento del corpo e trasformare ogni segno dell’età o ogni caratteristica individuale in un problema da correggere.

Perché non ci basta mai

La sociologa Naomi Wolf, nel suo celebre saggio “The Beauty Myth” del 1991, ha descritto il fenomeno per cui gli standard estetici tendono a spostarsi continuamente, trasformando la bellezza in un obiettivo mai definitivamente raggiunto.

Anche diversi studiosi italiani hanno osservato questo meccanismo da prospettive differenti. Lo psicoanalista Massimo Recalcati spiega che il desiderio umano non trova mai un appagamento definitivo, ma tende continuamente a spostare in avanti il proprio oggetto. Raggiunto un traguardo, ne costruiamo subito un altro. Nell’epoca dei social network, poi, questa dinamica sembra riflettersi anche nel rapporto con il corpo. Lo psichiatra Tonino Cantelmi, tra i maggiori esperti italiani di psicologia della rete, descrive, infatti, una società in cui l’identità è sempre più “performativa“. Il valore personale passa attraverso lo sguardo degli altri e l’immagine diventa qualcosa da esporre, monitorare e migliorare continuamente. A sua volta il cyberpsicologo Giuseppe Riva, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, evidenzia come le tecnologie digitali abbiano modificato il modo in cui costruiamo la percezione di noi stessi, alimentando il confronto costante tra il corpo reale e una versione idealizzata.

La psicologia descrive questa dinamica attraverso il principio dell’adattamento edonico, studiato dagli psicologi Philip Brickman e Donald Campbell e approfondito negli anni successivi da Sonja Lyubomirsky, Kennon Sheldon e David Schkade. In sostanza, ci abituiamo rapidamente ai miglioramenti raggiunti e torniamo presto a desiderarne altri. Applicato all’immagine corporea significa che correggere un’imperfezione raramente conclude il percorso. Una volta raggiunto un obiettivo estetico, l’attenzione tende a spostarsi su un nuovo dettaglio da perfezionare. Non perché il corpo sia realmente cambiato, ma perché cambia il nostro punto di riferimento.

Il confronto sociale non finisce mai

A questo si aggiunge un altro meccanismo ben documentato: il confronto sociale, descritto già negli anni Cinquanta dallo psicologo Leon Festinger. Valutiamo continuamente il nostro aspetto confrontandolo con quello degli altri. I social network, però, hanno moltiplicato questo processo, esponendoci ogni giorno a migliaia di immagini selezionate, ritoccate e filtrate.

Una meta-analisi pubblicata nel 2022 sulla rivista “Body Image“, che ha preso in esame 43 studi sperimentali, ha confermato che l’esposizione ai contenuti estetici idealizzati aumenta l’insoddisfazione corporea e il desiderio di modificare il proprio aspetto. Non perché quelle immagini rappresentino la normalità, ma perché finiscono per ridefinire ciò che percepiamo come normale.

Il paradosso della scelta

A rendere il fenomeno ancora più intenso contribuisce anche quello che lo psicologo Barry Schwartz ha definito il “paradosso della scelta”. Più aumentano le possibilità a nostra disposizione, più cresce la sensazione che esista sempre qualcosa da migliorare. Applicato alla medicina estetica significa che l’aumento di filler, laser, trattamenti, dispositivi e farmaci non produce necessariamente maggiore soddisfazione, ma amplia continuamente il numero delle caratteristiche del corpo che percepiamo come modificabili.

Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno, inoltre, descritto il fenomeno della self-objectification, cioè la tendenza a osservare il proprio corpo come fosse un oggetto da valutare dall’esterno. La teoria, sviluppata dalle psicologhe Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts, mostra come l’interiorizzazione dello sguardo altrui spinga a monitorare continuamente il proprio aspetto. Non si cerca più soltanto di piacersi, ma di immaginare come si apparirà agli altri, alimentando un controllo costante che rende sempre più difficile sentirsi davvero soddisfatti.

Che il fenomeno abbia assunto anche una dimensione economica lo dimostrano i numeri. Secondo la International Society of Aesthetic Plastic Surgery (ISAPS) l’Italia si conferma tra i Paesi europei con il maggior ricorso ai trattamenti di medicina e chirurgia estetica. A crescere soprattutto sono le procedure non invasive, come filler e tossina botulinica, un segnale che racconta comunque un cambiamento culturale: non si interviene più soltanto per correggere un difetto evidente, ma per mantenere un’immagine costantemente ottimizzata.

Che cosa succede, dunque, quando la normalità smette di essere sufficiente? Quando un corpo sano viene percepito come incompleto semplicemente perché esiste una tecnologia capace di modificarlo? Per decenni l’industria della bellezza ha promesso di eliminare i difetti, oggi sembra promettere una versione sempre migliore di noi stessi. È una promessa destinata a non essere mai mantenuta del tutto, perché il suo motore non è la bellezza raggiunta, ma quella che manca ancora. Ed è proprio questa distanza, continuamente alimentata, a trasformare l’insoddisfazione nel prodotto più redditizio del mercato.

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