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Patto di difesa tra Riad, Ankara e Islamabad. Teheran attacca: "Non garantirà la sicurezza"

Patto di difesa tra Riad, Ankara e Islamabad. Teheran attacca: “Non garantirà la sicurezza”

Erdogan, bin Salman e Sharif firmano l’intesa mentre cresce la tensione con l’Iran. Trump: "Teheran vuole un accordo". IranWire: Khamenei sarebbe in condizioni critiche
sabato, 8 Agosto 2026
2 minuti di lettura

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il premier pachistano Shehbaz Sharif hanno firmato a Gedda l’accordo di mutua difesa indicato dalla televisione di Stato turca Trt come il “patto della Mecca”.

L’intesa, preparata da mesi ma accelerata, secondo fonti saudite citate dall’Afp, dai recenti sviluppi nel Golfo, introduce un principio di difesa collettiva: un attacco armato contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti. I firmatari hanno precisato che il patto ha carattere difensivo e non è ufficialmente rivolto contro alcun Paese.

L’accordo consolida un asse che riunisce attori molto diversi ma complementari sul piano strategico: la Turchia, membro della Nato e seconda forza armata dell’Alleanza per consistenza; il Pakistan, unica potenza nucleare del mondo musulmano; e l’Arabia Saudita, maggiore esportatore mondiale di petrolio. Il nuovo patto estende inoltre ad Ankara l’intesa già formalizzata nel settembre 2025 tra Riad e Islamabad, fondata sullo stesso principio di mutua difesa.

La reazione di Teheran

“I sauditi devono capire che un accordo di carta con Turchia e Pakistan non garantirà loro la sicurezza”, ha dichiarato appena poche ore dopo la firma dell’accordo Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione sicurezza nazionale e politica estera del Parlamento iraniano, invitando Riad a “riformare le proprie politiche” invece di “implorare la sicurezza altrui”.

Le parole iraniane arrivano mentre cresce la pressione sulla sicurezza saudita. Nuovi attacchi degli Houthi contro la regione meridionale di Najran hanno provocato almeno 11 feriti tra i civili, tra cui un bambino di quattro anni. Il Consiglio di cooperazione del Golfo ha condannato i raid e assicurato il proprio sostegno alle misure adottate da Riad per proteggere territorio e popolazione.

Secondo informazioni di intelligence riportate da fonti regionali, l’Arabia Saudita teme inoltre possibili azioni coordinate degli Houthi dallo Yemen e delle milizie filo-iraniane dall’Iraq contro infrastrutture energetiche, porti e aeroporti.

Trump: “L’Iran vuole un accordo”

Donald Trump continua a sostenere che Teheran punti a un’intesa con Washington. “È evidente che non vogliono essere colpiti. Vogliono trovare un accordo. Staremo a vedere”, ha dichiarato il presidente americano a Punchbowl News, lasciando aperta la possibilità di nuovi attacchi se i negoziati fallissero.

La pressione sulla Casa Bianca arriva anche dagli arsenali. Dopo aver smentito le indiscrezioni sulle difficoltà del Pentagono, Trump ha riconosciuto che per alcuni tipi di munizioni le scorte sono “più limitate”, pur assicurando che vengono rapidamente ricostituite.

L’industria americana sta aumentando in particolare la produzione di intercettori Patriot e missili Tomahawk. Resta aperta anche la partita sullo Stretto di Hormuz, dove transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale. Iran e Oman stanno lavorando a un accordo temporaneo per regolare il traffico commerciale, mentre il Parlamento iraniano discute una legge che consentirebbe di vietare il passaggio alle navi dei Paesi considerati ostili, a partire da Stati Uniti e Israele.

Le voci sulla salute di Khamenei

A rendere ancora più incerto il quadro iraniano sono infine le indiscrezioni sulle condizioni della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali dopo la sua uccisione negli attacchi israelo-americani.

IranWire, testata indipendente vicina all’opposizione, cita due fonti anonime dell’amministrazione del presidente Masoud Pezeshkian secondo le quali Khamenei non avrebbe incontrato membri del governo e sarebbe in condizioni “estremamente critiche”.

Le informazioni non hanno ricevuto conferme ufficiali. Ma, se verificate, aggiungerebbero una nuova incognita alla crisi: proprio mentre Teheran deve fronteggiare la pressione militare e diplomatica americana, la disputa su Hormuz e la nascita di un nuovo asse difensivo tra tre delle principali potenze del mondo musulmano sunnita.

Gaza e Libano

Sul fronte israelo-palestinese resta intanto drammatico il bilancio nella Striscia di Gaza. Secondo l’Unicef, citato dalle Nazioni Unite, negli ultimi trecento giorni sono stati uccisi trecento bambini, con una media di un minore morto al giorno, mentre centinaia di altri sono rimasti feriti.

Parallelamente resta bloccato il dossier libanese: dopo tre giorni di colloqui a Roma, mediati dagli Stati Uniti, Israele e Libano non hanno raggiunto un accordo sulla composizione del comitato incaricato di verificare la bonifica del sud del Paese dalle infrastrutture e dai militanti di Hezbollah. Secondo Haaretz, Israele continua a rifiutare ulteriori ritiri dal Libano meridionale finché non sarà definito un meccanismo di verifica condiviso.

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