Il voto regionale del 20 settembre segna una nuova frattura nella geografia politica tedesca. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, l’AfD si afferma come prima forza con il 37,8%, tallonata dalla SPD della governatrice Manuela Schwesig, vicina al 36%. La CDU di Friedrich Merz crolla al 4,9%, restando fuori dal Parlamento regionale. A Berlino, invece, è Die Linke a imporsi con il 25,7%, davanti alla CDU, ferma al 18,8%, e all’AfD, al 16,3%.
Un doppio risultato che evidenzia la polarizzazione del Paese e infligge un duro colpo al partito del Cancelliere, che ha definito l’esito «un disastro», confermando però che non cambierà le sue politiche. Il successo di AfD in Meclemburgo – Pomerania conferma il trend già visto in Sassonia e il voto a Berlino con il successo della Die Linke sanciscono una realtà scomoda.
La CDU è in apparente dissoluzione e questo potrebbe avviare in potenza processi migratori dalla CDU verso l’AfD. Insomma il governo Merz potrebbe essere travolto da questa marea che premia gli estremi.
Ma perché è così importante capire cosa accade in Germania?
Il progetto dell’AfD viene spesso semplificato. Il partito non propone l’uscita dalla NATO né una rottura con l’Occidente, ma un radicale ridimensionamento dell’Unione Europea, da riportare verso una struttura assimilabile al mercato comune, restituendo agli Stati parte della sovranità trasferita alle istituzioni comunitarie.
Sul piano militare, l’AfD sostiene il riarmo tedesco non in funzione antirussa, ma per superare la propria debolezza strategica: un’economia senza forza militare non garantisce gli interessi tedeschi né il ruolo che Berlino aspira a esercitare nell’Europa nord-orientale. La crescente potenza militare polacca rende il problema ancora più evidente: una Germania priva di adeguate capacità strategiche si troverebbe in una posizione strutturalmente insostenibile.
L’AfD è inoltre nettamente contraria al conflitto ucraino e all’ingresso di Kiev nella NATO, sostenendo il ripristino delle forniture di gas russo. Una simile impostazione rappresenterebbe un autentico cambio di paradigma nella politica europea.
Ma prima ancora della dimensione militare, esiste una questione finanziaria che l’AfD non può eludere. La Germania è il principale contributore netto al bilancio dell’Unione, con una quota annua nell’ordine dei venti miliardi. Una riduzione significativa di questo contributo farebbe collassare i fondi strutturali e le politiche di coesione che rappresentano la principale fonte di investimento pubblico per Polonia, Ungheria, Romania e altri beneficiari netti.
L’aspetto più dirompente riguarda però il debito sovrano. L’architettura costruita dopo il 2012 funziona perché i mercati percepiscono la Germania come garante implicita della tenuta dell’Eurozona. Lo spread dei Paesi ad alto debito, come l’Italia, non prezza soltanto il rischio paese: incorpora la probabilità che Berlino non lasci implodere il sistema. Un governo AfD che segnalasse anche solo ambiguità su questo impegno potrebbe far esplodere gli spread prima ancora di modificare un singolo euro di contributo.
È qui che il progetto dell’AfD rivela la sua dimensione geopolitica più profonda. L’Unione Europea non è soltanto un’architettura di integrazione volontaria: è stata concepita anche come strumento di gestione americana dell’Europa, capace di tenere la Germania economicamente produttiva e politicamente contenuta senza bisogno di pressione diretta. NATO e UE non sono istituzioni parallele, sono due facce dello stesso disegno strategico atlantico.
Ridimensionare l’UE, quindi, non significa automaticamente liberarsi del vincolo americano: rischia di renderlo più esplicito, sostituendo la governance multilaterale con una dipendenza bilaterale da Washington apparentemente ancora più difficile da negoziare.
Apparentemente perché una Germania più autonoma sul piano economico e militare potrebbe diventare un interlocutore americano più difficile da condizionare e, allo stesso tempo, più necessario. Washington potrebbe dunque vedere con favore una Germania chiamata ad assumere maggiori responsabilità nella sicurezza europea, purché all’interno dell’ordine strategico americano.
Ma resta da capire quanto una Germania realmente riarmata e dotata di una maggiore autonomia strategica sarebbe disposta, nel medio periodo, ad accettare i condizionamenti e i diktat di Washington. Il vincolo americano, infatti, è tanto più efficace quanto maggiore è l’asimmetria nella sicurezza.
Una simile trasformazione in ogni caso incontrerebbe resistenze fortissime intra europee. La memoria storica del militarismo tedesco costituisce ancora un vincolo politico, mentre Francia, Polonia e altri Stati difficilmente accetterebbero una Germania nuovamente dotata di grande capacità autonoma. Ma proprio questa reazione ne dimostra la portata.
Se questo processo dovesse realmente iniziare, la nuova Germania potrebbe riscrivere l’architettura europea. E l’Europa, dopo decenni di integrazione costruita sotto l’ombrello strategico americano, potrebbe tornare a confrontarsi con una logica che sembrava appartenere al passato: quella dell’equilibrio di potenza.





