Che cosa ricordiamo davvero della nostra infanzia? Sicuramente ciò che è nelle fotografie che abbiamo visto tante volte, nei racconti dei genitori ripetuti negli anni, nelle immagini che abbiamo ricostruito perché qualcuno ce le ha raccontate. Ma quali ricordi possiamo dire davvero nostri: una scena, un odore, una stanza, una voce, una sensazione? Insomma, qualcosa che possiamo davvero rivedere con gli occhi della memoria.
Per molti di noi, andando indietro nel tempo, a un certo punto il film si interrompe. Prima dei tre o quattro anni rimangono pochissime tracce, spesso frammentarie e difficili da collocare. E anche degli anni successivi la memoria autobiografica può essere molto più povera di quanto immaginiamo. È una delle stranezze più affascinanti del nostro cervello, per cui abbiamo vissuto quegli anni, ma non necessariamente possiamo ricordarli.
Il tema è tornato recentemente all’attenzione anche per una dichiarazione di Caterina Balivo. La conduttrice ha raccontato di non avere ricordi dei suoi primi 25 anni e ha spiegato questa particolare “pulizia” della memoria attraverso il termine pruning, immaginando il cervello come uno spazio nel quale liberare posto per accogliere ciò che viene dopo. L’immagine è intuitiva, ma rischia di confondere due fenomeni diversi.
Il pruning non cancella i ricordi. le differenze tra pruning e amnesia infantile
Il synaptic pruning, o potatura sinaptica, esiste davvero. È uno dei processi attraverso i quali il cervello, soprattutto durante lo sviluppo, organizza e raffina i propri circuiti. Alcune connessioni tra neuroni vengono eliminate o indebolite, mentre altre vengono mantenute e rafforzate. Questo processo contribuisce a rendere più efficienti le reti cerebrali e prosegue, con modalità diverse, anche oltre l’infanzia.
Il pruning, dunque, riguarda le connessioni tra neuroni, non i ricordi come se fossero file conservati in una memoria digitale. Il cervello non fa un inventario delle esperienze vissute, individua quelle meno importanti e le elimina per liberare spazio. Non funziona come un computer con un disco rigido che, una volta esaurito lo spazio disponibile, deve cancellare i vecchi file.
E soprattutto il pruning non è un processo che possiamo attivare volontariamente. Non possiamo decidere di “potare” un ricordo, né accelerare consapevolmente la potatura di determinate connessioni. Un articolo di Nature spiega come l’attività del cervello, l’esperienza, l’apprendimento e l’ambiente possono influenzare lo sviluppo e il rafforzamento dei circuiti neurali, ma questo avviene attraverso meccanismi biologici e non attraverso una scelta cosciente. La memoria, del resto, è un sistema dinamico e ricordare, conservare e riuscire a recuperare un’esperienza non sono esattamente la stessa cosa. È qui che entra in gioco l’amnesia infantile.
Cos’è l’amnesia infantile
Con il termine amnesia infantile si indica il fenomeno per cui gli adulti ricordano relativamente poco degli eventi autobiografici dei primissimi anni di vita, in particolare dei primi tre o quattro anni. Questo non significa che da bambini non fossimo in grado di imparare o di formare ricordi, ma che molti di quei ricordi, da adulti, non sono più facilmente accessibili attraverso la memoria autobiografica cosciente.
La differenza, dunque, può essere riassunta così: il pruning modifica l’architettura delle connessioni neurali; l’amnesia infantile descrive ciò che accade alla nostra capacità, da adulti, di ricordare gli eventi dei primi anni. Le due cose possono avere punti di contatto perché lo sviluppo della memoria avviene mentre il cervello è ancora in piena trasformazione, ma non possiamo dire che l’amnesia infantile sia semplicemente il risultato della “potatura” dei ricordi. La ricerca considera, infatti, l’interazione di diversi fattori, quali la maturazione dell’ippocampo e di altre strutture coinvolte nella memoria, lo sviluppo del linguaggio, i cambiamenti nelle connessioni neuronali, la crescita delle capacità cognitive e la costruzione progressiva del senso di sé.
Eppure i bambini ricordano
Se da adulti non ricordiamo quasi nulla dei nostri primi anni, ciò non toglie che da bambini non fossimo capaci di formare ricordi. Le ricerche mostrano che anche il cervello infantile è in grado di apprendere e conservare informazioni. Studi sullo sviluppo della memoria indicano che l’ippocampo infantile può partecipare alla formazione di ricordi anche quando i suoi circuiti non sono ancora maturi come quelli dell’adulto. Una distinzione importante, perchè un ricordo che non riusciamo più a recuperare non è necessariamente un’esperienza che non è mai stata registrata.
Il problema riguarda anche la maturazione dei sistemi cerebrali coinvolti nella memoria autobiografica. L’ippocampo, una struttura fondamentale per la formazione e il recupero di molti tipi di memoria, continua a svilupparsi durante l’infanzia. Il modo in cui un’esperienza viene registrata, consolidata e successivamente recuperata cambia quindi nel corso dello sviluppo. A questo bisogna aggiungere che per costruire una memoria autobiografica non basta aver vissuto qualcosa, occorre anche poterla collocare nel tempo, darle un contesto, collegarla a un senso di sé. Un bambino piccolo può ricordare un’esperienza senza possedere ancora tutti gli strumenti cognitivi e linguistici con cui, da adulto, costruirà il racconto di quella stessa esperienza.
Ed ecco un altro strumento della memoria, il linguaggio. Quando impariamo a raccontare il mondo attraverso le parole sviluppiamo nuovi strumenti per organizzarlo, collegarlo e comunicarlo. Per questo i primi ricordi autobiografici emergono progressivamente insieme allo sviluppo della capacità di costruire una narrazione personale. La memoria autobiografica, infatti, non è un sistema già pronto alla nascita, si sviluppa gradualmente durante l’infanzia, insieme alla costruzione di un senso di sé che si estende nel tempo.
Prima c’è l’esperienza e poi arriva, progressivamente, il suo racconto. E forse non è un caso che i ricordi che conserviamo più facilmente siano proprio quelli che, negli anni, abbiamo raccontato molte volte. Ma attenzione: ogni racconto può rafforzare una traccia, e allo stesso tempo può anche modificarla. La memoria non è una registrazione fedele del passato. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, in qualche misura lo ricostruiamo. È anche per questo che due fratelli possono avere ricordi completamente diversi della stessa vacanza, della stessa casa, della stessa giornata.
Quello che dimentichiamo non è necessariamente perduto
Dimenticare non significa necessariamente cancellare l’esperienza in modo definitivo. Alcuni studi sperimentali, soprattutto sugli animali, hanno mostrato che esperienze apprese durante il periodo dell’amnesia infantile possono lasciare tracce che, pur non essendo facilmente recuperabili come ricordi coscienti, continuano in determinate condizioni a influenzare il comportamento e possono essere riattivate. È un’idea che cambia completamente la prospettiva, perché potremmo non ricordare la casa nella quale abbiamo abitato a tre anni, ma le esperienze vissute in quell’ambiente possono avere contribuito allo sviluppo delle nostre risposte e dei nostri comportamenti. Potremmo non ricordare una particolare esperienza, ma conservarne una traccia sotto forma di apprendimento, abitudine o risposta emotiva.
Non tutti i comportamenti di un adulto, però, possono essere riconducibili a un ricordo infantile dimenticato. La ricerca permette di parlare di possibili tracce e influenze, non di stabilire automaticamente un legame causale tra ogni comportamento presente e un’esperienza dei primi anni.
Perché allora dimentichiamo?
La risposta definitiva non esiste ancora. L’amnesia infantile sembra essere il risultato dell’interazione di diversi fattori. Lo abbiamo detto, la maturazione dell’ippocampo e di altre strutture cerebrali, lo sviluppo del linguaggio e delle capacità cognitive, la trasformazione delle connessioni neuronali e la costruzione progressiva della memoria autobiografica e del senso di identità. Non esiste, quindi, un singolo interruttore che a un certo punto spegne i ricordi dell’infanzia e, soprattutto, non ci sono prove che il cervello debba semplicemente “fare spazio” eliminando i ricordi vecchi per poter immagazzinare quelli nuovi.
Una memoria che ci costruisce anche quando non la ricordiamo
Il paradosso più affascinante è che una parte enorme di ciò che siamo nasce in anni dei quali non possediamo un archivio personale consultabile. Non possiamo aprire un cassetto e ritrovare la prima volta che abbiamo avuto paura, imparato a fidarci di qualcuno, scoperto il significato di una carezza o provato per la prima volta la sensazione di essere esclusi. Eppure quelle esperienze sono accadute.
La nostra infanzia non scompare semplicemente perché non sappiamo raccontarla. Alcune esperienze possono aver lasciato tracce nell’apprendimento, nelle relazioni, nelle abitudini e nei modi in cui abbiamo imparato a stare al mondo, molto prima che fossimo in grado di osservarli consapevolmente. Difficile stabilire quanto di ciò che siamo sia nato proprio da ciò che non possiamo più ricordare.
La memoria, del resto, non sembra essere un archivio destinato a conservare tutto. È un sistema dinamico, che nel corso dello sviluppo cambia insieme al cervello e alla persona. Dimenticare può essere una perdita, ma può anche essere parte del normale funzionamento di un sistema che seleziona, riorganizza e rende nuovamente accessibili alcune informazioni mentre altre diventano più difficili da recuperare. Non siamo l’archivio completo delle nostre esperienze e forse alcuni ricordi dell’infanzia non sono stati semplicemente “cancellati”, ma trasformati, altri possono essere diventati difficili o impossibili da recuperare, altri ancora possono continuare a lasciare tracce senza che sappiamo più riconoscerne la voce.
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