Giuseppe Conte ha trasformato l’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid in una difesa della propria azione di Governo e in un duro attacco alla maggioranza. L’ex Presidente del Consiglio ha definito la Commissione “un plotone di esecuzione” costruito nei suoi confronti e “una gabbia di protezione” per gli amministratori locali dei partiti di Governo, respingendo l’idea di avere evitato il confronto. Al contrario, ha sostenuto di non avere “nulla da nascondere” e di non accettare “lezioni su paura e onore da chi non può darle”, rivendicando il lavoro svolto durante quella che ha definito la più grave emergenza vissuta dall’Italia dal dopoguerra.
Nel corso dell’audizione Conte ha depositato anche un verbale, già trasmesso alla Procura di Roma, relativo a una fornitura di mascherine. Il documento, ricevuto in forma anonima, ipotizzerebbe la presenza di dispositivi privi dell’efficacia filtrante dichiarata e accompagnati da certificazioni contraffatte. Per questo l’ex Premier ha spiegato di avere interessato la magistratura, sottolineando la necessità di verificare un possibile pagamento di circa 100 milioni di euro per materiale non conforme.
Ripercorrendo i primi mesi della pandemia, il leader del Movimento 5 Stelle ha ricordato come il Governo si sia trovato ad affrontare “un fenomeno senza precedenti”, privo di riferimenti scientifici consolidati e con informazioni provenienti dalla Cina ritenute ancora insufficienti. Da qui la scelta di costruire progressivamente un protocollo di intervento, fondato sul principio di precauzione e sul continuo aggiornamento delle misure in base all’evoluzione epidemiologica.
Italia a colori
Conte ha rivendicato l’introduzione del sistema dell’“Italia a colori”, sviluppato attraverso specifici algoritmi per differenziare le restrizioni territoriali, e ha sostenuto che l’alternativa tra tutela della salute ed economia rappresentasse “una narrazione ingannevole”. Secondo l’ex Premier, proprio la protezione della salute ha consentito di difendere il tessuto produttivo, mentre il protocollo firmato il 14 marzo 2020 con sindacati e associazioni datoriali ha permesso il rientro in sicurezza dei lavoratori nelle fabbriche. A suo giudizio, molte delle misure economiche introdotte dall’Italia sono poi state adottate anche da altri Paesi europei e considerate strumenti efficaci di mitigazione del rischio.
Conte ha quindi difeso le scelte economiche del suo esecutivo, ricordando il blocco dei licenziamenti, che nel solo 2020 avrebbe salvato 330mila posti di lavoro, gli interventi contro la povertà assoluta e il ruolo del Piano nazionale di ripresa e resilienza, definito un patrimonio lasciato al Paese dal valore di 209 miliardi di euro, poi incrementato con ulteriori risorse. Contestualmente ha accusato l’attuale maggioranza di avere escluso le Regioni dal perimetro dell’inchiesta, pur essendo titolari della gestione del sistema sanitario, e ha sostenuto che le critiche rivolte al suo operato rappresentino esclusivamente “speculazioni politiche”.
Piano istituzionale
Sul piano istituzionale l’ex presidente del Consiglio ha escluso di avere mai preso in considerazione l’esercizio dei poteri sostitutivi dello Stato nei confronti delle Regioni, preferendo un rapporto costante con Parlamento e autonomie territoriali. Ha spiegato che la strategia normativa si è fondata sulle ordinanze del ministro della Salute, sulla dichiarazione dello stato di emergenza e su decreti-legge e Dpcm, strumenti che hanno consentito di intervenire rapidamente di fronte a un quadro sanitario in continua evoluzione. Conte ha infine osservato che i governi successivi hanno privilegiato il ricorso ai decreti-legge, riducendo, a suo giudizio, il confronto con Parlamento e parti sociali.





