Ci sono frasi che, in politica, valgono più di un programma. Quella che Giorgia Meloni ha affidato al videomessaggio per Saint-Vincent è una di queste: il centro non è un luogo dove stare a metà strada, è una cultura. Una cultura fatta di famiglia, lavoro, libertà e senso dello Stato.
Non è una definizione occasionale. È forse la parte politicamente più interessante del messaggio che la presidente del Consiglio ha voluto inviare al tradizionale appuntamento democristiano ripreso da Gianfranco Rotondi.
Saint-Vincent ha una storia troppo lunga per stupirsi della presenza di ministri e protagonisti della politica nazionale. Da decenni è luogo di incontro, confronto e anticipazione politica. Ma quest’anno la presenza del governo e soprattutto di Fratelli d’Italia è stata particolarmente significativa. Matteo Piantedosi, Tommaso Foti, Guido Crosetto, Giovanni Donzelli, insieme allo stesso messaggio di Giorgia Meloni, hanno dato all’appuntamento un significato che va oltre la pur importante rievocazione di una storia.
La questione posta a Saint-Vincent riguarda il presente. E soprattutto il futuro.
Meloni sembra avere compreso che alla sua sinistra, dentro il centrodestra, esiste uno spazio politico che non rappresenta una minaccia alla sua leadership ma, al contrario, può rafforzarla. È lo spazio di una cultura democristiana che non ha alcuna intenzione di tornare indietro, ma che non per questo ha smesso di esistere. Un patrimonio di valori, esperienze, amministratori, mondi cattolici e popolari che può dare maggiore profondità alla coalizione.
Non è nostalgia della Prima Repubblica. Tangentopoli travolse partiti, classi dirigenti e simboli, ma non cancellò gli italiani che in quelle culture si erano riconosciuti per decenni. La Democrazia Cristiana non fu soltanto il partito che occupava il centro dell’emiciclo. Fu il luogo nel quale convivevano cattolicesimo sociale, impresa, lavoro, attenzione ai più deboli, atlantismo, europeismo e autonomie. De Gasperi aveva compreso che governare l’Italia significava, prima di tutto, tenerla insieme.
Quell’Italia non è scomparsa insieme alla Dc.
Dopo il 1994 fu Silvio Berlusconi a comprenderlo. Non ricostruì la Democrazia Cristiana e non ricostruì il Partito socialista. Fece qualcosa di diverso: offrì una casa politica nuova a milioni di italiani che non avevano cambiato valori soltanto perché erano cambiate le sigle. C’erano i cattolici, i liberali, i moderati. E c’erano anche i socialisti riformisti che non si riconoscevano nella sinistra post-comunista.
È questo il filo che Gianfranco Rotondi prova a raccontare nel titolo del suo libro e del convegno: “Il partito italiano, dalla Dc a Berlusconi e Meloni”.
Non esiste una successione dinastica tra De Gasperi, Berlusconi e Meloni, né sarebbe serio cercare una continuità ideologica tra esperienze tanto diverse. Esiste però qualcosa che nella politica italiana torna continuamente: la necessità di rappresentare un Paese che chiede stabilità, libertà, collocazione occidentale, crescita economica e protezione sociale.
Giorgia Meloni arriva a questo passaggio da una posizione molto diversa rispetto a quella dalla quale partì il centrodestra trent’anni fa. Ha conquistato la guida della coalizione senza rinunciare all’identità di Fratelli d’Italia e ha portato il suo partito al centro del sistema politico italiano.
Proprio per questo può permettersi di riconoscere e valorizzare culture diverse dalla propria.
Nel suo videomessaggio lo ha detto con una frase ancora più significativa: la Dc non è la sua storia.
È vero. Ma ha aggiunto di avere imparato quale fosse la forza di quella storia e ha riconosciuto il contributo di chi oggi ne è erede.
È qui che Saint-Vincent diventa politicamente interessante.
Non si tratta di inventare l’ennesimo centro attraverso operazioni di palazzo, sigle costruite in laboratorio o piccoli contenitori destinati a durare una stagione.
Si tratta di capire che esiste ancora nel Paese un’area che crede nella famiglia e nel lavoro, considera l’impresa una risorsa e non un nemico, chiede sicurezza senza rinunciare alla solidarietà, vuole uno Stato autorevole ma non invasivo ed è europeista senza rinunciare all’interesse nazionale.
Una Democrazia Cristiana collocata alla sinistra di Fratelli d’Italia, saldamente dentro il centrodestra, può parlare proprio a questa parte del Paese.
Può parlare al mondo cattolico impegnato nel sociale, agli amministratori locali, ai moderati che non si riconoscono nella sinistra e tuttavia non si sentono rappresentati da una destra identitaria. E può dialogare con quella componente socialista e riformista che già con Berlusconi trovò nel centrodestra una collocazione naturale e che oggi continua ad avere una propria rappresentanza politica.
È un’area che non deve essere lasciata senza voce.
Riccardo Lombardi, uno dei grandi protagonisti del socialismo italiano, aveva compreso una legge elementare della politica: gli spazi vuoti prima o poi vengono occupati. Quando una domanda di rappresentanza resta senza risposta, qualcun altro finisce per raccoglierla e può portarla in una direzione molto diversa da quella dalla quale era partita.
Per questo l’apertura che viene da Saint-Vincent merita attenzione.
Berlusconi seppe dare una risposta a quell’Italia dopo la fine della Prima Repubblica. Oggi la domanda si ripropone in forme nuove. Il videomessaggio di Giorgia Meloni, la presenza importante del governo e di Fratelli d’Italia e le conclusioni di questi tre giorni indicano che nel centrodestra quella riflessione è cominciata.
La prossima frontiera non è necessariamente spostare il centrodestra verso il centro. È qualcosa di più interessante: fare in modo che il centro, con la sua cultura e la sua storia, torni a essere un pilastro.
È una storia antica, come ha ricordato Giorgia Meloni.
Proprio per questo può avere ancora molto futuro.





