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Il biopic su Michael Jackson riapre un lutto collettivo. E nasce la “Michosis”

A diciassette anni dalla morte del Re del pop il film “Michael” di Antoine Fuqua riaccende sentimenti profondi in vecchi e nuovi fan. Sui social il fenomeno viene chiamato "Michosis", un intreccio di memoria digitale, identificazione e nostalgia per un'icona senza tempo
sabato, 8 Agosto 2026
3 minuti di lettura

Il 25 giugno 2009 il mondo si è fermato alla notizia della morte di Michael Jackson, un artista che ha scritto la storia della musica e che con i suoi testi è entrato nella memoria e nel cuore di migliaia di persone. Sono passati diciassette anni da quel momento, eppure dalle reazioni sui social è come se fosse accaduto solo qualche mese fa. La ferita collettiva sembra essersi riaperta.

A provocarlo è l’uscita nei cinema di “Michael”, il biopic diretto da Antoine Fuqua e scritto da John Logan, che racconta la sua carriera, dal debutto nei Jackson 5 fino all’ascesa come artista di fama mondiale, ricostruendo con grande accuratezza la sua presenza scenica e la sua energia. E le sale cinematografiche di tutto il mondo si sono riempite di persone pronte a vedere rivivere, almeno per due ore, il Re del pop.

Il fenomeno “Michosis”

La passione e l’ossessione per Michael Jackson, riaccesa dal film di Fuqua, è l’ennesimo esempio di quel paradosso che sembra attraversare la cultura pop contemporanea, per il quale piangiamo anche icone che non abbiamo mai conosciuto, viviamo nostalgie estranee a noi e soffriamo lutti che non sono intimamente nostri. E come al solito sui social si è sentita la necessità di dare un nome all’emozione provocata dal film: “Michosis”, unione tra Michael e psychosis, ovvero psicosi.

Analizzata anche dal New York Times, Michosis racchiude la tristezza e le emozioni provate di nuovi e vecchi fan per la “resurrezione” della star sullo schermo e il trauma di ritrovarsi, una volta usciti dalla sala, in una realtà in cui l’artista non c’è, è morto. Una frattura emotiva che molti hanno descritto come improvvisa e destabilizzante.

Il potere dei biopic

Che i biopic siano un modo per connettersi a personaggi famosi non è una novità. Molti i film che hanno permesso di conoscere in maniera diversa figure che vivono nella memoria collettiva. Non è, quindi, strano e inconcepibile che attraverso tali opere il pubblico sviluppi un legame emotivo con quel dato personaggio.

La novità è l’intensità della reazione generata da questo film. È come se avesse aperto un cassetto in cui sono stipati tutti i traumi culturali collettivi, tra cui la stessa morte di Michael Jackson. Così chi l’aveva già vissuta e chi, invece, era troppo piccolo o non ancora nato per viverla allora, si ritrovano tutti insieme a fare i conti con una perdita mai superata. I social si riempiono di video di giovani in lacrime e di post che parlano di un “vuoto” e di un “nuovo dolore”.

In questi casi il biopic si trasforma in una vera e propria macchina del tempo emotiva, che grazie al cinema permette di rivivere non solo la storia del personaggio, ma anche la sua voce, la sua fisicità e tutti quei tratti che lo rendevano unico. È la fedeltà all’originale che confonde la mente di chi osserva, creando l’illusione di un contatto diretto con l’artista. Questa sensazione di smarrimento è uno dei sentimenti che più caratterizza la “Michosis”, ossia il trauma di quando le luci si riaccendono e si torna alla realtà.

La nostalgia surrogata

A vivere queste sensazioni sono anche i più giovani della Gen Z e Alpha, che si ritrovano legati a qualcuno di cui avevano solo sentito parlare. Conoscevano le canzoni, ma non la storia nei dettagli, erano estranei alla sua figura. Per descrivere questo sentimento la sociologia utilizza il termine anemoia o nostalgia surrogata, ovvero la nostalgia per un tempo o per un’icona culturale mai vissuta. Nel caso di Michael Jackson, però, non si rimpiange solo l’artista, ma l’esperienza culturale unica che rappresentava.

Si rimpiange la sua grandezza e la capacità irripetibile di cambiare il mondo della cultura. E così si utilizzano i social e ci si perde in post e video per sentirsi parte attiva di una storia anche se non direttamente propria per un dato anagrafico.

La memoria nell’era del digitale

I social network amplificano queste sensazioni e trascinano le persone all’interno di un loop infinito di contenuti, alimentando un’ossessione, che se da una parte consola, dall’altra intrappola in una realtà immaginaria. La “Michosis”, pur limitandosi a Michael Jackson, è significativa di un’epoca in cui la memoria è digitale. La carriera di un’artista non è più confinata a un periodo, ma vive diffusa sui diversi schermi che ogni giorno utilizziamo. E la nostalgia non appartiene più solo a chi c’era, diventa un sentimento condiviso anche da chi è nato dopo.

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