Un palco, centinaia di migliaia di persone e un evento destinato a entrare nella storia dei grandi concerti italiani. Il live di Ultimo a Tor Vergata ha accolto circa 250 mila spettatori, numeri che lo collocano tra i più grandi eventi musicali mai organizzati in Italia. Ma questa volta il dato più sorprendente non è soltanto quello delle presenze. È quello delle tende. Alcuni fan hanno raggiunto l’area del concerto circa dieci giorni prima dell’evento del 4 luglio, trasformando l’attesa in una sorta di campeggio organizzato fatto di tende, sacchi a pelo e turni per riposare. Un comportamento che ha diviso l’opinione pubblica. Per alcuni rappresenta il lato più bello della musica, fatto di comunità, amicizie nate tra sconosciuti e desiderio di vivere un momento irripetibile. Per altri apre una domanda più complessa: quando il sacrificio per un artista supera il limite della semplice passione?
Legami profondi e relazioni parasociali
I motivi per cui ci leghiamo profondamente a certi cantanti sono diversi. Nel suo libro “This is your brain on music: the science of a human obsession” del 2006, tradotto in italiano con il titolo “Fatti di musica. La scienza di un’ossessione umana”, il neuroscienziato Daniel Levitin analizza il modo in cui la musica influenza emozioni, memoria e processi cerebrali legati alla ricompensa, ossia come le melodie e i ritmi stimolano la chimica cerebrale, attivando neurotrasmettitori legati al benessere; come il cervello colleghi le note musicali a ricordi ed esperienze passate; come la musica attivi le stesse aree di piacere e gratificazione del cervello stimolate da cibo o altre attività piacevoli. Questo aiuta a comprendere perché alcune canzoni e alcuni artisti possano assumere un significato personale molto forte, legandosi a ricordi ed esperienze importanti.
Un altro elemento fondamentale è quello delle relazioni parasociali. Nel loro studio “Mass communication and para-social interaction: observations on intimacy at a distance” del 1956 Donald Horton e Richard Wohl hanno descritto il modo in cui i mezzi di comunicazione possono creare una sensazione di familiarità e vicinanza tra il pubblico e le figure mediatiche. Attraverso un’esposizione continua un artista può diventare una presenza familiare nella vita quotidiana di una persona, anche se il rapporto rimane unilaterale.
A questo si deve aggiungere anche il ruolo della comunità. Gli studi sulla cultura dei fandom mostrano come il legame con un artista possa trasformarsi in un’esperienza collettiva, offrendo un senso di appartenenza e permettendo ai fan di condividere passioni e valori comuni.
La “Stan culture”
Essere fan di un cantante, di un attore o di una celebrità è un’esperienza comune della cultura pop. Ascoltare un album fino allo sfinimento, aspettare una nuova uscita o fare la fila per un concerto sono comportamenti che fanno parte del normale rapporto con la musica. Il confine, però, tra passione e fissazione può diventare sottile. Negli ultimi anni, soprattutto con la crescita dei social, si è diffusa la “Stan culture”, una forma di fandom molto intensa in cui alcuni fan sviluppano un forte senso di appartenenza nei confronti dell’artista.
Il termine “Stan“ deriva dall’omonima canzone di Eminem, che racconta la storia di un fan ossessionato dal proprio idolo. Nel tempo il termine è diventato sinonimo di “super fan”, mantenendo però una sfumatura legata ai casi in cui la difesa dell’artista diventa estrema e ogni critica viene vissuta come un attacco personale.
“Celebrity worship syndrome”
La psicologia ha studiato queste forme di coinvolgimento attraverso il concetto di “celebrity worship sindrome”, che descrive livelli diversi di interesse e identificazione nei confronti delle celebrità. Attraverso la “celebrity attitude scale” sono stati individuati tre livelli principali: sociale-di intrattenimento, in cui si segue un artista per il piacere della sua musica e per condividere questa passione con altri; intenso-personale, caratterizzato da un coinvolgimento emotivo maggiore e dalla percezione della celebrità come una figura particolarmente significativa; borderline-patologico, la forma più estrema, in cui il coinvolgimento può associarsi a comportamenti impulsivi e difficoltà nel controllare pensieri o azioni legati alla celebrità. La differenza tra un “fan” e un “fanatico” non sta quindi nella quantità di ammirazione, ma nello spazio che quella figura arriva a occupare nella vita e nell’identità della persona.
Il lato tragico del fanatismo
Nel corso della storia della musica alcuni fan hanno compiuto gesti estremi, che vanno ben oltre la semplice ammirazione. Attorno a Michael Jackson, ad esempio, sono stati documentati casi di persone che hanno venduto beni di grande valore o prosciugato i propri risparmi per seguirlo in tour attraverso diversi Paesi, mentre dopo la sua morte centinaia di fan si accamparono per giorni davanti alla sua ultima residenza e numerosi curiosi si finsero potenziali acquirenti pur di riuscire a entrare nella casa in cui aveva vissuto, tanto che gli agenti immobiliari dovettero effettuare controlli molto rigorosi sui visitatori. Anche il fenomeno della Beatlemania raggiunse livelli sorprendenti. Alcune fan raccoglievano mozziconi di sigaretta, capelli e fazzoletti usati dai Beatles come fossero reliquie sacre. Nel caso di Elvis Presley durante i suoi spettacoli diverse persone tentarono di salire sul palco per toccarlo o baciarlo. Episodi che possono accadere ancora oggi durante alcuni concerti.
Un esempio del lato più tossico del fanatismo riguarda le Beliebers, il fandom di Justin Bieber. Nel 2013, durante una tappa italiana del Believe Tour, una ragazza fu scelta casualmente per salire sul palco con il cantante. Il fatto che non fosse una vera fan, ma fosse presente solo per accompagnare un’amica, provocò una reazione aggressiva da parte di molti dei suoi seguaci online, trasformando una semplice casualità in un episodio di cyberbullismo.
Nei casi più tragici il rapporto distorto con una celebrità è arrivato alla tragedia. Nel 1980 John Lennon fu ucciso dal fan Mark David Chapman. Nel 2016 anche Christina Grimmie fu uccisa dopo un concerto da un uomo che la seguiva come fan e aveva sviluppato un’ossessione nei suoi confronti. Un altro caso sconvolgente è quello di Selena Quintanilla, assassinata nel 1995 da Yolanda Saldívar, una persona che inizialmente aveva costruito un rapporto di vicinanza con la cantante proprio in qualità di sostenitrice e organizzatrice del suo fan club.
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