Perché molte amicizie finiscono senza un vero motivo. La teoria social dello “sconosciuto dopo cinque anni”

Chi trova un amico trova un tesoro, diceva la Bibbia, ma le moderne teorie psicologiche ci vogliono convincere che in realtà non è poi così sano rimanere ancorati ai propri punti fermi. La cosiddetta "Five-Year Stranger Theory", diventata virale sui social, sostiene, infatti, che molte delle persone oggi centrali nella nostra vita potrebbero diventare estranee nel giro di pochi anni, ma che questo non rappresenti un fallimento, quanto il risultato naturale dei cambiamenti che accompagnano la crescita personale
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Ci sono amicizie che sembrano destinate a durare per sempre e che, invece, finiscono nel modo più silenzioso possibile. Non c’è una lite, non c’è un tradimento, non ci sono parole definitive. Semplicemente, un giorno ci si accorge che quella persona con cui si condividevano giornate, confidenze e abitudini è uscita dalla propria quotidianità. Si smette di scriversi, gli incontri diventano sempre più sporadici e, con il passare del tempo, resta solo il ricordo di un legame che aveva avuto un ruolo importante.

È proprio questo il fenomeno descritto dalla cosiddetta “Teoria dello sconosciuto dopo cinque anni”, un concetto diventato virale sui social network e rilanciato da numerose testate internazionali. Pur non essendo una teoria scientifica formalmente riconosciuta, il suo presupposto trova conferma in decenni di studi sulla psicologia delle relazioni, per la quale molte delle persone che oggi occupano uno spazio importante nella nostra vita potrebbero non farne più parte nel giro di pochi anni non perché qualcuno abbia sbagliato, ma perché la vita cambia continuamente.

Quando un’amicizia cambia non è sempre colpa di qualcuno

Secondo Amanda Burback, terapeuta matrimoniale e familiare e fondatrice di Mellow Therapy a Los Angeles, la crescita personale, il mutare delle priorità e le inevitabili transizioni della vita portano le persone a seguire percorsi differenti. In quest’ottica, l’allontanamento non rappresenta il fallimento di un’amicizia, ma una conseguenza naturale dell’evoluzione individuale.

Una prospettiva che per molti ha un effetto quasi liberatorio. Spesso, infatti, si tende a vivere la fine di un’amicizia con un senso di colpa difficile da spiegare, come se ogni rapporto interrotto fosse necessariamente il risultato di un errore o di una mancanza. In realtà, gli esperti sottolineano che le relazioni sociali sono molto più dinamiche di quanto siamo portati a credere.

Il peso dei contesti condivisi

Le amicizie nascono quasi sempre all’interno di un contesto condiviso. La scuola, l’università, il luogo di lavoro, il quartiere in cui si vive o una passione comune rappresentano il terreno su cui si costruiscono molti rapporti. Quando quel contesto cambia anche la relazione può trasformarsi. Non perché venga meno l’affetto, ma perché vengono meno le occasioni quotidiane che alimentavano il legame.

Questo meccanismo è stato osservato anche dalla ricerca scientifica. Lo psicologo evoluzionista britannico Robin Dunbar, noto per aver elaborato il cosiddettoNumero di Dunbar, sostiene che gli esseri umani possano mantenere soltanto un numero limitato di relazioni significative. Secondo i suoi studi la nostra cerchia più intima comprende appena cinque persone, mentre il gruppo degli amici realmente stretti raramente supera le quindici unità. Ogni nuovo ingresso nella nostra vita comporta inevitabilmente un riassestamento della rete sociale, perché tempo ed energie emotive non sono risorse infinite.

Anche uno dei più importanti studi longitudinali mai condotti sul benessere umano, l’Harvard Study of Adult Development”, giunge a conclusioni simili. Dopo oltre ottant’anni di osservazioni i ricercatori hanno evidenziato che ciò che incide maggiormente sulla felicità e sulla salute mentale non è il numero delle amicizie, ma la qualità dei rapporti che si riescono a mantenere nel tempo.

Le transizioni della vita riscrivono anche le relazioni

Le grandi svolte della vita contribuiscono ulteriormente a ridisegnare la nostra rete sociale. Un trasferimento, un nuovo lavoro, la nascita di un figlio, una convivenza, un divorzio o anche un semplice cambiamento di interessi modificano inevitabilmente le priorità quotidiane. In queste fasi alcune amicizie riescono ad adattarsi ai nuovi equilibri, mentre altre rimangono legate a un periodo ormai concluso.

La tecnologia solo in apparenza sembrerebbe aver reso tutto questo meno probabile. Se oggi basta uno smartphone per sapere cosa fanno decine di persone ogni giorno, gli studiosi osservano un fenomeno opposto. Essere continuamente aggiornati sulla vita degli altri non significa necessariamente mantenere un rapporto autentico. Le interazioni sui social network possono conservare una forma di vicinanza, ma difficilmente sostituiscono il tempo condiviso, le conversazioni profonde e le esperienze comuni che alimentano un’amicizia.

Il lutto silenzioso delle amicizie che finiscono

C’è poi un altro aspetto che rende particolarmente difficile accettare la fine di un rapporto di amicizia. A differenza delle relazioni sentimentali le amicizie raramente hanno una conclusione definita. Nella maggior parte dei casi non esiste una discussione finale o una vera separazione. Il rapporto semplicemente si spegne. La psicologa Pauline Boss definisce questa esperienza “perdita ambigua”, una forma di lutto silenzioso in cui una persona continua a esistere, magari compare ancora sui social o si incontra occasionalmente, ma non occupa più il posto che aveva nella nostra vita.

È proprio questa assenza di un finale chiaro che porta molte persone a interrogarsi su cosa sia andato storto. La “Teoria dello sconosciuto dopo cinque anni”, invece, invita a guardare la questione da una prospettiva diversa. Non tutte le amicizie sono destinate a durare per sempre e non per questo hanno meno valore. Alcune accompagnano soltanto una stagione della nostra esistenza, lasciando comunque un segno profondo.

Il valore di un’amicizia non si misura solo dalla durata

In un’epoca in cui siamo abituati a misurare il successo delle relazioni in termini di durata questa teoria ricorda una verità tanto semplice quanto difficile da accettare, cioè che le persone cambiano, così come cambiano i loro bisogni, le priorità e le circostanze. Alcuni legami riescono a superare ogni trasformazione, altri appartengono a un preciso capitolo della nostra vita.

E forse è proprio questo il messaggio più rassicurante. Se un’amicizia finisce senza drammi e senza colpevoli non significa necessariamente che fosse meno autentica. A volte ha semplicemente esaurito il suo percorso, lasciando spazio a nuove relazioni e a nuove versioni di noi stessi. Perché il valore di un legame non si misura soltanto dalla sua durata, ma anche dall’impronta che lascia nel nostro cammino. Sperando, però, che una tale visione non abbia un vago sapore assolutorio per l’incapacità dei nostri giorni a sostanziare la nostra affettività e a sacrificare qualcosa di noi sull’altare di un bene superiore quali sono i nostri sentimenti.

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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