Quante volte vi è capitato di sentire parlare un giovane, ascoltarlo mentre chiacchiera di fenomeni, estetiche e tendenze sviluppatesi oggi sui social, che però vi sembrano incredibilmente familiari? Confesso che io stessa che mi interesso a questi trend per analizzarli, mi rendo conto che, in realtà, ciò che penso sia una novità molto spesso non è altro che qualcosa che, pur con un nome e alcune caratteristiche leggermente diverse, esisteva già in passato.
Nuovi nomi per cose vecchie
Ogni pochi mesi compare l’ennesima tendenza come cottagecore, old money, clean girl, grandmacore, solo per citarne alcune, e ogni volta la reazione degli adulti è pressoché identica: “Ma questa cosa esiste da sempre!”. E in effetti hanno ragione, perché dopotutto la vita in campagna non è stata inventata dal cottagecore, né il desiderio di rallentare, leggendo libri o indossando abiti “classici”, rappresenta una vera novità. La sociologia dei consumi definisce questo concetto come “nostalgia vicaria”, ovvero la capacità delle nuove generazioni di provare nostalgia per epoche, stili di vita e atmosfere che non hanno vissuto direttamente.
Viene allora spontaneo chiedersi perché le generazioni più giovani sentano il bisogno di dare un nome ad abitudini già esistenti e, soprattutto, perché avvertano la necessità di etichettare tendenze e movimenti che si diffondono rapidamente nello spazio pubblico. Come prima risposta occorre ricordare che ogni generazione ha bisogno del proprio vocabolario, in linguistica si chiamano “marcatori di identità”. Non importa che un fenomeno esista da decenni, le generazioni più giovani gli daranno un nuovo nome che descriva meglio il modo in cui oggi viene vissuto.
Micro comunità culturali
Se nel Novecento i giovani si riconoscevano nelle grandi sottoculture collettive, oggi con l’avvento dei social network e del digitale sono nate microcomunità costruite intorno a elementi, temi e sensibilità molto più specifiche. Questo perché piattaforme come TikTok e Instagram sono guidate da algoritmi che premiano contenuti sempre più specifici e identificabili. Di conseguenza quello che prima era una semplice preferenza personale, un hobby o un modo di vestire, oggi diventa una vera e propria categoria culturale. Per esempio, leggere classici, frequentare biblioteche, amare l’architettura gotica e vestirsi in maniera accademica sono riconducibili all’estetica della dark academia, una sottocultura che celebra l’amore per la letteratura, l’arte classica e la ricerca intellettuale, il tutto immerso in un’atmosfera misteriosa e malinconica. Non nasce, quindi, qualcosa di davvero originale, ma una nuova modalità di aggregazione e riconoscimento collettivo.
Costruire la propria identità
Dal punto di vista psicologico, poi, questo continuo rinominare tendenze già esistenti è legato al fatto che i giovani vivono in un mondo segnato da guerre, crisi economiche e climatiche, precarietà lavorativa e un progresso tecnologico che corre più velocemente della nostra capacità di comprenderlo e governarlo. In questo contesto costruire un’identità chiara, specifica e riconoscibile è una forma di rassicurazione. Seguire una corrente permette di rispondere a quella che forse è la domanda più antica di tutte: “Chi sono davvero?”. Questo si trasforma in una mappa grazie alla quale orientarsi nella frammentarietà e nella complessità del presente.
Ogni epoca rilegge il passato per comprendere il presente. La particolarità di quella attuale è che questo processo avviene sotto i riflettori dei social network e si evolve alla velocità imposta dagli algoritmi. Se quindi il meccanismo è sempre esistito e ogni generazione ha riscoperto, rinominato e reinterpretato elementi del passato, la differenza oggi risiede nella risonanza e nella visibilità che possiedono questi movimenti.
Prendere il passato e rinnovarlo
Nel saggio “Subculture: The Meaning of style” (1979), il sociologo britannico Dick Hebdige analizza il modo in cui oggetti e stili già esistenti possano acquisire altri significati quando vengono adottati da una sottocultura. Tra i diversi concetti affrontati lo studioso introduce quello di “bricolage”, secondo cui una sottocultura prende oggetti, abiti, simboli e riferimenti già disponibili e li colloca in un nuovo contesto producendo un significato differente. Ed è esattamente quello che sta accadendo negli ultimi anni.
I giovani, quindi, stanno svolgendo un lavoro di reinterpretazione culturale, prendono esperienze e simboli del passato e li adattano al loro presente, alle loro paure, alle loro gioie, ai desideri e agli strumenti tecnologici che hanno a disposizione, per trovare una propria identità, una cultura di appartenenza e pacificarsi con se stessi.
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