Il nuovo galateo digitale. Le buon maniere dello smartphone

Emoji, visualizzazioni, tempi di risposta e messaggi vocali, anche la comunicazione digitale ha un suo nuovo galateo fatto di regole non scritte. Convenzioni che cambiano con le generazioni e che influenzano il modo in cui interpretiamo ogni conversazione
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Quando si parla di galateo si intende quell’insieme di regole, scritte e non, che regolano le buone maniere e che stabiliscono come comportarsi nelle diverse situazioni della vita quotidiana. A quelle tradizionali oggi se ne aggiungono delle nuove coniate ad hoc per la messaggistica istantanea e, più in generale, per la comunicazione online. Intorno agli smartphone, infatti, abbiamo costruito un insieme di codici e convenzioni che nessuno insegna ufficialmente, ma che si imparano a riconoscere con l’uso.

Prendiamo ad esempio WhatsApp, dove ciò che per una generazione è una risposta normale, per un’altra può apparire fredda, sbrigativa o addirittura maleducata. Un’emoji, un punto fermo, il tempo che intercorre prima della risposta, un messaggio visualizzato senza replica o la durata di un vocale possono assumere significati molto diversi a seconda dell’età di chi li invia e di chi li riceve. È così che, accanto al galateo tradizionale, è nata una sorta di buona educazione non ufficiale della chat, fatta di regole invisibili che ogni generazione però interpreta a modo proprio.

Il cringe generazionale

Anche le emoji, che sulla carta dovrebbero essere un linguaggio universale, variano nell’interpretazione a seconda dell’età. Gli stessi simboli possono comunicare significati diversi e, soprattutto, possono rivelare immediatamente a quale generazione appartiene chi sta scrivendo. Per un Millennial, per esempio, la faccina che ride è semplicemente una faccina che ride, la si usa per dire che qualcosa è ilare, senza ulteriori significati. Per molti appartenenti alla Gen Z, invece, può apparire datata, quasi una caricatura del modo di comunicare delle generazioni precedenti. E questo viene definito cringe, qualcosa che appare involontariamente imbarazzante proprio perché percepito come vecchio, fuori moda o appartenente a un codice che non è più quello dominante.

Così, al posto della faccina che ride può comparire la faccina teschio, che letteralmente rappresenta la morte, ma nel linguaggio digitale della generazione più giovane viene utilizzata per dire “sono morto dal ridere”. Il significato, quindi, non coincide necessariamente con quello letterale dell’immagine, è la comunità digitale a costruire e condividere una nuova interpretazione del simbolo.

Un altro esempio riguarda il pollice in su. Per molte generazioni è semplicemente un modo rapido per dire “ok”, “va bene” o “ricevuto”. In alcuni contesti, soprattutto tra gli utenti più giovani, può invece essere percepita come una risposta fredda, sbrigativa o persino passivo-aggressiva. Non è cambiata l’immagine, è cambiato il codice attraverso cui viene interpretata.

Lo stesso accade con la punteggiatura. Per le generazioni più adulte mettere un punto alla fine di una frase è semplicemente una questione di grammatica, una frase finisce con un punto e non c’è nulla di particolarmente significativo dietro quella scelta. Nelle conversazioni digitali, però, soprattutto tra i più giovani, quel punto può assumere un significato diverso e far percepire il messaggio come più freddo, serio o persino arrabbiato. Un semplice “va bene.” può di conseguenza essere interpretato in modo molto diverso da un “va bene” senza il punto, nonostante che grammaticalmente non ci sia alcuna differenza sostanziale.

La cosa interessante è che queste regole non sono scritte da nessuna parte. Nessuno ha stabilito ufficialmente che la faccina che ride appartenga ai Millennial e la faccina teschio alla Gen Z, così come nessun manuale di grammatica ha decretato che un punto fermo possa essere percepito come una forma di freddezza. Sono convenzioni che si formano all’interno delle comunità digitali e cambiano con una velocità molto maggiore rispetto al galateo tradizionale. Un’emoji, una faccina o un semplice segno di punteggiatura possono diventare piccoli segnali di appartenenza generazionale e può bastare per far capire, senza bisogno di presentazioni, da quale epoca digitale arriviamo.

Il silenzio che diventa una risposta


Nel galateo digitale anche il tempo è diventato una forma di comunicazione. Non conta soltanto ciò che scriviamo, ma anche quanto tempo impieghiamo per farlo. Essere online e non aprire un messaggio può essere interpretato come una scelta deliberata, “ti vedo, ma non voglio risponderti”. Ancora più evidente è il caso del visualizzato senza risposta. La doppia spunta blu certifica che il messaggio è stato letto e, da quel momento, ogni minuto di silenzio può essere interpretato dall’altra persona come una forma di distanza, disinteresse o, nei casi più estremi, di vera e propria volontà di di volerlo ignorare.

Per questo, quando finalmente arriva la risposta dopo diverse ore o addirittura dopo giorni, entra in scena un’altra consuetudine del galateo digitale: la giustificazione. “Scusa se ti rispondo solo ora”, “Scusami, ho avuto una giornata infernale”, “Avevo letto ma poi mi sono dimenticato”. Non è sempre necessario spiegare il proprio ritardo, naturalmente, ma il fatto stesso che sentiamo il bisogno di farlo racconta quanto sia cambiata la nostra percezione della reperibilità. Un messaggio lasciato in sospeso per troppo tempo può, infatti, assumere un significato che va oltre la semplice attesa e, se il comportamento si protrae o diventa sistematico, avvicinarsi alla logica del ghosting.

Ma questo nuovo bon ton non riguarda soltanto il tempo che facciamo aspettare agli altri. Riguarda anche il tempo che chiediamo agli altri di dedicarci. Esempio emblematico è quello dei messaggi vocali. Esiste ormai una sorta di limite non scritto alla loro durata. Un audio di pochi secondi è una comunicazione pratica, uno di diversi minuti rischia di diventare un impegno. Il problema è semplice, un testo lungo può essere letto velocemente, mentre un vocale richiede un tempo preciso per essere ascoltato. E, così, davanti a un audio interminabile, molti ricorrono alla velocità doppia, mentre altri scelgono direttamente di rimandarne l’ascolto. Un vocale di cinque minuti, insomma, può essere percepito quasi come una piccola violazione del galateo, non perché esista una regola ufficiale, ma perché stiamo chiedendo all’altra persona di concederci cinque minuti del suo tempo senza averglielo chiesto.

E poi ci sono le telefonate. Anche qui le abitudini sono cambiate, soprattutto tra le generazioni più giovani. Una chiamata improvvisa, se non è legata a un’urgenza o a una necessità lavorativa, può essere percepita come un’interruzione forzata. Per questo spesso si ricorre alla formula di cortesia preventiva “posso chiamarti?”. Una domanda che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata quasi superflua e che oggi può rappresentare una forma di rispetto per il tempo e la disponibilità dell’interlocutore.

A questo punto si può dedurre che il nuovo galateo digitale abbia una regola fondamentale, mai scritta ma ormai piuttosto evidente, che non bisogna soltanto scegliere bene le parole, occorre anche imparare a rispettare il tempo degli altri. Perché nell’epoca della reperibilità permanente, anche non rispondere o rispondere dopo ore o mandare un vocale interminabile o telefonare senza preavviso sono diventati gesti capaci di comunicare qualcosa. E, a quanto pare, siamo riusciti a trasformare persino una doppia spunta blu in una questione di buone maniere.

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