Ogni generazione costruisce il proprio linguaggio, non è una novità, ma un tratto ricorrente dei modelli generazionali. In determinati momenti storici si diffondono, quasi come mode, termini ed espressioni che spesso si allontanano dal loro significato originario, perché è la generazione di riferimento a rielaborarli e ad attribuire loro nuovi sensi. Se si osserva il modo di comunicare dei giovanissimi di oggi, emerge uno slang fortemente influenzato dall’inglese, che in breve tempo si è radicato nell’uso quotidiano. Per chi lo condivide si tratta di un codice immediato, naturale, interiorizzato.
Chi non appartiene alla stessa generazione, invece, è facile che si trovi completamente spaesato, davanti a quasi un’altra lingua, affine nella struttura e nelle radici all’italiano, ma arricchita da parole che scorrono su binari paralleli e non del tutto accessibili. Nel migliore dei casi se ne comprende solo il senso complessivo.
Il problema nasce quando il nuovo codice esce dalla sua nicchia e diventa dominante, soprattutto in un’epoca in cui i social, appannaggio soprattutto della Gen Z, amplificano e diffondono ogni contenuto a una velocità esponenziale. In questo contesto chi non è aggiornato rischia di restarne escluso, come se si trattasse di una conversazione che continua a cambiare forma mentre la si ascolta.
Non si tratta solo di rimanere aggiornati, ma di un fenomeno legato alla comprensione del principale mezzo comunicativo contemporaneo: i social. Come in tutte le dinamiche evolutive o ci si adatta o si resta fuori. È sempre lo stesso meccanismo, un circolo che si ripete davanti a ogni generazione che rielabora le parole e ne cambia i significati, ma questa volta con un dinamismo accelerato e in continua evoluzione. Oggi, come abbiamo detto, tutto accade più velocemente e se si vuole davvero capire come comunicano gli altri bisogna accettare la necessità di aggiornarsi continuamente.
Slang e psicologia
Uno dei cambiamenti più evidenti, che denunciano non solo l’evoluzione lessicale quanto piuttosto mentale e sociale dei giovani, è l’uso sempre più diffuso di termini legati alla sfera emotiva e psicologica. Pensiamo a vocaboli come “overthinking”, il pensare eccessivamente; “burnout”, una condizione di esaurimento mentale; “people pleasing”, la tendenza a voler compiacere tutti; “intrusive thoughts”, pensieri indesiderati e invadenti.
Sono parole nate in contesti tecnici, poi assorbite dal linguaggio quotidiano online, in forme facilmente riconoscibili da chi le condivide, ma semplificate e spesso usate in modo impreciso. Così stati d’animo diversi finiscono per essere compressi in etichette veloci: “overthinking” diventa un generico “mi faccio troppi problemi”, “burnout” si riduce a “sono stanco”, “people pleasing” a “non so dire di no”, e “intrusive thoughts” a qualsiasi pensiero negativo. Entrano così nel vocabolario quotidiano, snaturando in parte il significato originario e mantenendo solo la base utile alla descrizione rapida della propria esperienza.
Slang e relazioni
Un altro gruppo di termini nuovi riguarda il modo in cui vengono descritte le relazioni e i comportamenti sociali: “red flag”, è un segnale negativo; “green flag”, è un segnale positivo; “toxic”, indica una persona o dinamica percepita come dannosa; “ghosting”, vuol dire sparire senza dare spiegazioni; “situationship”, è una relazione non definita.
Anche in questo caso si tratta di etichette rapide, che nell’uso quotidiano semplificano situazioni molto più sfumate: “red flag” può diventare qualsiasi dettaglio che non convince, usato spesso nei primi appuntamenti con l’altro sesso; “toxic” qualsiasi comportamento percepito come sgradevole; “ghosting” anche un semplice ritardo nelle risposte; “situationship” finisce per descrivere in modo generico relazioni amorose poco chiare o forse che lo sono solo agli occhi di uno dei due.
Slang estetico
Altri neologismi servono a identificare atteggiamenti, estetiche e modi di vivere. “Flexare” indica l’ostentazione di qualcosa, mentre “slay” esprime approvazione verso chi eccelle e “iconic” viene usato per persone o cose che hanno segnato un certo periodo.
“Vibe”, letteralmente “vibrazione”, indica l’atmosfera o la sensazione che una persona o una situazione trasmette; “low key” significa “in modo discreto o non troppo evidente”, e “high key”, al contrario indica qualcosa fatto in modo evidente o dichiarato. “Mid” è qualcosa di mediocre o nella media, mentre “glow up” descrive un miglioramento nel tempo, spesso riferito all’aspetto fisico, ma anche alla crescita personale.
Anche il concetto di “Era”, inteso come fase della vita, viene utilizzato per ricordare un periodo preciso, assumendo un significato simile a “capitolo“. Un esempio potrebbe essere “la mia sneakers Era”, che si traduce con “quel periodo della mia vita quando indossavo sempre sneakers”.
Il termine “pick me” descrive, invece, una persona che cerca approvazione anche a scapito degli altri. Viene usato molto sui social per etichettare ragazze che sminuiscono le altre pur di essere apprezzate dal genere maschile.
Slang, TV e cinema
Nel linguaggio contemporaneo molti termini sono mutuate anche dal mondo del cinema e delle serie TV. “Plot twist” è un cambiamento improvviso e inaspettato di una situazione; “spin-off”, una continuazione o variante di una storia già esistente; “spoiler”, un’anticipazione che rivela in anticipo un’informazione importante; “easter egg”, un dettaglio nascosto inserito apposta per essere scoperto; “binge watching”, la visione consecutiva di più episodi senza interruzioni, sono tutte parole utilizzate anche nella vita quotidiana, adattate alle esperienze personali.
Raccontando una serata si può usare ad esempio, “spoiler, è andata male” per anticipare subito come si è conclusa. Tornando con un ex si può parlare di uno “spin-off” della relazione, come se fosse la continuazione di un capitolo che sembrava chiuso. Oppure, passando ore a scorrere i social di qualcuno, si può dire di aver fatto “binge watching” del suo profilo.
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