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Inflazione, nuova fiammata ad aprile: prezzi al 2,7%

Energia e alimentari freschi spingono il rialzo del costo della vita. Il carrello della spesa sale al 2,3% mentre il debito pubblico tocca quota 3.158,8 miliardi
sabato, 16 Maggio 2026
2 minuti di lettura

L’inflazione è tornata ad accelerare e ha riportato sotto pressione i consumi delle famiglie. Dopo mesi di rallentamento, ad aprile i prezzi hanno ripreso quota spinti soprattutto dall’energia e dagli alimentari freschi. I dati definitivi diffusi dall’Istat hanno indicato un aumento del 2,7% su base annua per l’indice nazionale dei prezzi al consumo, in netto rialzo rispetto all’1,7% registrato a marzo. Su base mensile la crescita è arrivata all’1,1%.

La stima preliminare, che indicava un +2,8%, è stata corretta leggermente al ribasso. A trascinare il nuovo rialzo sono stati soprattutto i beni energetici, tornati al centro della dinamica inflazionistica dopo mesi di frenata. Gli energetici non regolamentati sono passati infatti dal -2% al +9,6%, mentre quelli regolamentati sono risaliti dal -1,6% al +5,3%.

Il peso maggiore è dipeso dai carburanti, dal gas e dall’elettricità. Il gasolio per riscaldamento ha registrato un’impennata dal +12,3% al +38,1%, mentre il gas naturale sul mercato libero è passato da -12,7% a +4,4%. Hanno accelerato anche il gasolio per autotrazione, la benzina e l’elettricità del mercato libero. Sul versante tutelato l’energia elettrica è salita dal -10,4% al +2,3%.

Comparto alimentare

Accanto all’energia è aumentato anche il comparto alimentare. I prodotti non lavorati sono passati dal +4,7% al +5,9%, con aumenti marcati per ortaggi, frutta, legumi e prodotti ittici. Una dinamica che ha colpito soprattutto la spesa quotidiana e che si è riflettuta nel cosiddetto ‘carrello della spesa’, cresciuto del 2,3% rispetto al 2,2% di marzo. Ancora più sostenuto il rialzo dei prodotti acquistati con maggiore frequenza, che sono balzati dal +3,1% al +4,2%.

L’effetto sui consumi rischia ora di diventare più visibile. Il ritorno della pressione sui beni essenziali è arrivatoinfatti in una fase in cui la domanda interna non ha ancora recuperato pienamente slancio. La crescita dei prezzi energetici e alimentari tende a comprimere il potere d’acquisto, soprattutto per le famiglie con redditi più bassi, già esposte ai rincari accumulati negli ultimi anni.

Il quadro resta però diverso rispetto alla fase più acuta della crisi inflazionistica del 2022. L’inflazione di fondo, cioè quella depurata dagli energetici e dagli alimentari freschi, continua infatti a rallentare e scende dall’1,9% all’1,6%. Un segnale che conferma come la componente strutturale dei prezzi mantenga una dinamica più contenuta.

Servizi

Anche i servizi hanno mostrato un raffreddamento. I prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona hanno rallentato dal +3% al +2,6%, mentre quelli legati ai trasporti sono scesi dal +2,2% al +0,6%. Nel trasporto aereo in particolare l’Istat segnala un’inversione significativa, con i prezzi che sono passati dal +2,9% al -12,8% su base annua.

Il rallentamento dei servizi non basta però a compensare la corsa dei beni. Nel complesso il comparto dei beni ha accelerato dallo 0,8% al 3,1%, mentre i servizi hanno frenato dal 2,8% al 2,4%. Per la prima volta dopo mesi il differenziale tra servizi e beni è diventato negativo, segnale di una pressione inflazionistica tornata a concentrarsi soprattutto sui prodotti materiali e sui consumi essenziali.

Debito pubblico

Notizie non di certo positive arrivano anche dai dati diffusi dalla Banca d’Italia: A marzo il debito delle Amministrazioni pubbliche italiane è salito di 19,5 miliardi rispetto al mese precedente e ha raggiunto 3.158,8 miliardi.

L’aumento ha riflettuto soprattutto il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche, pari a 31,5 miliardi, che ha più che compensato la riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro, diminuite di 10,8 miliardi a 64 miliardi. Sul dato hanno inciso anche, per 1,2 miliardi, scarti e premi all’emissione e al rimborso, rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e variazione dei cambi. Nel dettaglio il debito delle Amministrazioni centrali è cresciuto di 19,9 miliardi, mentre quello delle Amministrazioni locali è sceso di 0,4 miliardi. Stabile il debito degli Enti di previdenza.

La vita media residua resta a 7,9 anni. In calo la quota detenuta dalla Banca d’Italia, al 17,6% dal 18%. A febbraio, ultimo dato disponibile, la parte in mano ai non residenti è salita al 35,4% dal 34,8% di gennaio, mentre quella degli altri residenti, in prevalenza famiglie e imprese non finanziarie, è diminuita al 14,2% dal 14,3%.

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