L’amministrazione Trump ha annunciato un nuovo pacchetto di 700 milioni di dollari destinato al rilancio delle centrali a carbone e delle miniere statunitensi, una mossa che segna un ulteriore passo nella strategia energetica del presidente, orientata a rafforzare i combustibili fossili e a ridurre la dipendenza dalle importazioni.
Il finanziamento, gestito dal Dipartimento dell’Energia, prevede incentivi per la modernizzazione degli impianti esistenti, la riapertura di miniere inattive e lo sviluppo di tecnologie per migliorare l’efficienza delle centrali. Secondo la Casa Bianca, l’obiettivo è “proteggere i posti di lavoro americani” e garantire la sicurezza energetica nazionale.
Il piano include fondi per infrastrutture, sistemi di cattura delle emissioni e programmi di formazione per i lavoratori. Trump ha definito il carbone “una risorsa strategica che gli Stati Uniti non possono permettersi di abbandonare”, sottolineando che il settore minerario è stato “trascurato per troppo tempo”.
La decisione ha però suscitato critiche immediate da parte di ambientalisti, economisti e alcuni stati federali, che accusano l’amministrazione di ignorare le tendenze globali verso le energie rinnovabili. Secondo diversi analisti, il mercato continua a spostarsi verso solare ed eolico, mentre i costi del carbone restano elevati e la domanda in calo. Alcuni esperti avvertono che gli investimenti rischiano di sostenere infrastrutture destinate a diventare obsolete nel giro di pochi anni.
Le associazioni ambientaliste hanno denunciato il piano come “un passo indietro nella lotta al cambiamento climatico”, ricordando che le centrali a carbone sono tra le principali fonti di emissioni di CO₂. Alcuni governatori hanno annunciato che continueranno a puntare sulle rinnovabili, indipendentemente dalle scelte federali.





