Il tema della casa torna al centro dell’agenda politica. Il Piano Casa Italia, approvato dal Consiglio dei ministri e annunciato dal Governo guidato da Giorgia Meloni, punta a 100mila nuovi alloggi in dieci anni, al recupero di circa 60mila abitazioni pubbliche oggi inutilizzate e introduce misure su sgomberi, housing sociale e sostegno alle famiglie.
Ma basterà? Lo abbiamo chiesto ad Armando Iavazzi, Presidente nazionale del sindacato inquilini Salp C.A.S.A.
Presidente Iavazzi, questo Piano Casa può rappresentare una svolta?
“È un segnale importante, e va riconosciuto. Dopo anni in cui il tema è rimasto sullo sfondo, si torna, finalmente, a parlare di casa in modo strutturato. Nel frattempo, però, il disagio è cresciuto: oggi oltre 3 milioni di famiglie vivono in affitto e, nelle grandi città, il costo può arrivare a incidere fino al 40% del reddito. Questo cambia completamente il quadro: la casa non è più solo una questione sociale, è diventata una questione economica importante”.
I numeri annunciati, 100mila alloggi in dieci anni, sono sufficienti?
“Sono un passo nella direzione giusta, anche se non risolutivo. La domanda reale è più ampia e, soprattutto, è cambiata. Non riguarda più solo le fasce fragili: oggi coinvolge lavoratori, persone separate, giovani coppie, famiglie con redditi normali che però non riescono più a sostenere i costi del mercato. Il fatto che il Piano inizi a prevedere anche misure di sostegno per i genitori separati, con contributi dedicati, va nella direzione giusta perché riconosce nuove forme di fragilità abitativa che oggi sono sempre più diffuse”.
Il Piano punta anche all’housing sociale e alcoinvolgimento dei privati.
“È una strada obbligata perché ormai è chiaro che il pubblico da solo non basta più. Coinvolgere capitali privati è necessario, soprattutto per dare risposte a quella fascia intermedia che oggi resta senza soluzioni. Ma attenzione: questi strumenti funzionano solo se sono davvero accessibili, altrimenti rischiano di restare sulla carta”.
Qual è, secondo lei, la priorità su cui iniziare a lavorare immediatamente?
“Sbloccare ciò che già esiste. Oggi in Italia si stimano tra 50mila e 60mila alloggi di edilizia residenziale pubblica non utilizzabili, spesso per carenze manutentive o occupazioni abusive. Il fatto che il Piano intervenga proprio su questo patrimonio, prevedendone il recupero e introducendo strumenti per accelerare le procedure, va nella direzione giusta. Intervenire su queste case significa poter rimettere rapidamente a disposizione migliaia di alloggi. In una fase come questa, secondo noi, resta l’intervento più rapido ed efficace”.
Il Piano introduce anche procedure accelerate e un intervento sugli sgomberi. Può essere un elemento decisivo?
“Può esserlo, se gestito con equilibrio. Velocizzare le procedure può aiutare a recuperare immobili e rimetterli a disposizione, ma serve sempre attenzione alle situazioni di fragilità. Il tema va affrontato tenendo insieme legalità e sostenibilità sociale”.
E sul fronte degli affitti e delle nuove formule come il rent to buy?
“Questo è, oggi, il tema più urgente per moltissime famiglie. I canoni sono aumentati a dismisura, l’offerta si è ridotta e la pressione fiscale è aumentata. Strumenti come il rent to buypossono essere utili perché consentono di trasformare l’affitto in un percorso verso l’acquisto, ma devono restare realmente accessibili per funzionare”.
Il nodo resta quello dei tempi?
“Sì, ed è il punto decisivo. In Italia i piani non sono mai mancati, spesso è mancata l’attuazione. Oggi ci sono anche strumenti per accelerare, ma se non si interviene rapidamente il rischio è che anche questo Piano perda forza”.
C’è fiducia da parte di un sindacato inquilini come il vostro?
“C’è attenzione, ma soprattutto c’è una richiesta di responsabilità. Il tema della casa non può più essere affrontato con interventi parziali o discontinui: serve una strategia stabile. Il Piano rappresenta un passaggio importante, ma sarà la capacità di attuarlo a fare la differenza nei prossimi anni”.





