Immagine generata da AI

Lo Sharenting e i rischi dei bambini trasformati in contenuti digitali

La condivisione online dell’immagine dei propri figli, dai primi istanti di vita alla quotidianità, è diventata una pratica sempre più diffusa. Però, lo “sharenting” solleva molti interrogativi sul diritto dei minori alla privacy e alla tutela della costruzione della loro identità futura. Tra rischi di una esposizione imposta, la perdita di controllo sulle immagini e le nuove tecnologie manipolatorie, cresce la necessità di maggiore consapevolezza digitale
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Un tempo le fotografie di famiglia finivano in un album conservato in un cassetto, oggi, invece, vengono pubblicate sempre più spesso online in tempo reale. Emblematico il caso dei genitori che immortalano il proprio bambino pochi istanti dopo la nascita e lo condividono in rete prima ancora di aver avuto il tempo di metabolizzare davvero quei momenti in privato. Il primo bagnetto, la prima uscita, la quotidianità, in ogni forma e luogo, diventano i momenti per eccellenza da condividere con il mondo e la vita di un neonato diventa, così, solo un racconto pubblico, suo malgrado. Un racconto che per alcuni si trasforma addirittura in una fonte di guadagno. Molti influencer, infatti, hanno costruito parte del proprio successo proprio trasformando la quotidianità familiare e i propri figli in contenuti digitali da offrire al pubblico.

Un fenomeno che ovviamente fa discutere, perché ci si interroga da tempo sulle conseguenze che questa esposizione pubblica potrà avere sulla vita futura del minore. Senza contare i rischi che possono nascondersi dietro alla pubblicazione di una immagine per noi innocente, ma che per qualcuno può rappresentare uno oggetto oscuro del desiderio. Per questo alcuni genitori scelgono almeno di oscurare il volto dei figli, ma non è detto che sia sufficiente

Privacy dei minori

Prima di parlare dei pericoli della rete, però, esiste anche una questione più profonda, quella del diritto del bambino alla propria immagine e alla propria privacy. Una foto che oggi può sembrare tenera o divertente per un genitore, magari pubblicata con le migliori intenzioni e non necessariamente per un ritorno economico, potrebbe un giorno essere vissuta diversamente dal diretto interessato. Quel bambino crescerà e potrebbe non condividere che momenti intimi della sua infanzia siano stati messi a disposizione di migliaia, se non milioni di persone.

Il punto non è solo proteggere i figli da eventuali pericoli esterni, ma anche rispettare la loro identità futura. Un bambino non può scegliere se diventare un personaggio pubblico, questa decisione viene presa al posto suo proprio dalle persone che dovrebbero avere il compito di tutelarlo. Molti di loro avranno probabilmente un rapporto sereno con questa esposizione, altri, invece, potrebbero viverla diversamente.

Lo sharenting, cioè la condivisione costante della vita dei figli sui social, è troppo recente perché esistano conclusioni definitive. Ed è proprio questa incertezza a suggerire cautela, perché internet, come spesso accade con le invenzioni umane, ha prima dato a tutti l’opportunità di una vetrina sconfinata e solo ci ha insegnato quanto davvero sia delicato decidere cosa metterci dentro.

I rischi dell’esposizione online

Nel digitale di oggi pubblicare un’immagine non significa solo “condividerla”, ma perderne il controllo. Le foto finiscono fuori contesto, vengono scaricate, ricaricate, rielaborate. Possono diventare profili fake o identità costruite senza consenso, un fenomeno già presente e tutt’altro che raro sulle piattaforme social. E quello che oggi sembra innocuo, tra anni può riemergere nel posto peggiore possibile, come tra i compagni di scuola, innescando dinamiche di derisione e cyberbullismo, che non hanno nulla di virtuale.

C’è poi il lato più oscuro, che non va addolcito, ovvero l’uso illecito delle immagini di minori in circuiti criminali, inclusa la pedopornografia. È un gravissimo reato, senza se e senza ma. E il problema è che per alimentarlo non serve “pubblicare tanto” o “pubblicare male”, basta pubblicare. Una volta che un contenuto entra nel flusso digitale può essere sottratto e riutilizzato in contesti completamente fuori dal controllo di chi l’ha condiviso.

Infine, l’Intelligenza Artificiale ha alzato ulteriormente l’asticella. Le immagini non sono più statiche, sono dati manipolabili. Possono essere modificate, adattate, inserite in scenari mai esistiti, con un livello di realismo sempre più alto. E questo cambia profondamente le regole del gioco: online una foto non è mai solo una foto!

Educazione digitale e strumenti di protezione della privacy

Proteggersi online è una questione di igiene digitale. Per questo dare la giusta importanza alle impostazioni della privacy è fondamentale. Profili chiusi, pubblico selezionato e controllo su chi può scaricare o ricondividere i contenuti sono sicuramente un ottimo punto di partenza.

Altra azione che andrebbe evitata è la pubblicazione di immagini in tempo reale, perché possono rivelare molto più di quanto si voglia, permettendo di localizzare la persona o segnalare la sua assenza da un determinato luogo. Attenzione anche ai dettagli che sembrano innocui, come la geolocalizzazione attiva, sfondi riconoscibili e routine quotidiane, tutte informazioni che messe insieme possono ricostruire un quadro molto puntuale.

Infine, una buona abitudine suggerita, anche se troppo spesso ignorata, è quella di coprire o oscurare ciò che non serve, come i volti di minori, le targhe, gli indirizzi e i dettagli identificabili. Possono essere facilmente sfocati o coperti anche con strumenti base ed emoji, senza perdere il senso della foto.

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