Nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, dei supercomputer, degli algoritmi predittivi, del riconoscimento comportamentale, della moderazione automatizzata, colpisce la domanda, tanto semplice quanto inquietante, di come sia possibile che le grandi piattaforme social non riescano ancora a fermare truffe online, profili falsi, pubblicità ingannevoli, reti criminali che agiscono sotto gli occhi di miliardi di utenti e, soprattutto, contenuti tossici, manipolazioni psicologiche e fenomeni di sfruttamento che colpiscono bambini e adolescenti ogni giorno. Nella puntata del 19 maggio 2026 di “Indovina chi viene a cena”, andata in onda su Rai 3, l’inchiesta “Meta culpa” firmata da Sabrina Giannini ha proprio voluto accendere i riflettori su un sistema che sembrerebbe essere perfettamente consapevole dei danni che produce, eppure incapace, o forse non disposto, a fermarsi.
La giornalista ha portato davanti alle telecamere ex dipendenti e insider delle grandi piattaforme digitali, persone che quei meccanismi li hanno progettati, osservati, alimentati dall’interno. Le loro parole hanno raccontato una realtà molto diversa da quella rassicurante mostrata nelle campagne pubblicitarie dei colossi tecnologici. Una realtà dove i minori non appaiono come soggetti da proteggere, ma come utenti preziosi da trattenere il più a lungo possibile davanti allo schermo.
Il grande paradosso degli algoritmi
È qui che emerge il grande paradosso del nostro tempo. Le piattaforme social conoscono tutto di noi. Sanno cosa ci interessa, cosa ci spaventa, quali contenuti ci fanno rallentare lo scrolling per qualche secondo in più. Sono capaci di prevedere desideri, emozioni, vulnerabilità. Gli algoritmi leggono comportamenti con una precisione impressionante, soprattutto quando si tratta di adolescenti, i cui bisogni emotivi sono ancora più evidenti, più fragili, più facili da intercettare. Eppure, nonostante questa potenza tecnologica senza precedenti, le truffe online continuano a proliferare. I profili falsi rimangono attivi per settimane. I contenuti tossici raggiungono milioni di visualizzazioni. Le reti di adescamento si muovono spesso indisturbate. Video che promuovono autolesionismo, disturbi alimentari o sfide pericolose vengono rilanciati dagli algoritmi con una velocità impressionante, perché generano coinvolgimento, commenti, permanenza sulla piattaforma. Davvero, dunque, queste aziende non riescono a intervenire, oppure il problema è che intervenire fino in fondo avrebbe un costo economico troppo alto?
La logica del profitto prima della sicurezza
Le testimonianze raccolte dalla trasmissione Rai sembrano suggerire la seconda ipotesi. Alcuni insider raccontano di sistemi di moderazione insufficienti, di controlli affidati quasi completamente all’automazione, di segnalazioni ignorate o trattate troppo lentamente rispetto alla velocità con cui i contenuti si diffondono. Ma soprattutto raccontano una cultura aziendale in cui la crescita degli utenti e il tempo trascorso online restano le priorità assolute. E i più esposti, inevitabilmente, sono i ragazzi.
Adolescenti: il bersaglio perfetto degli algoritmi
Per un adolescente, il social network non è semplicemente uno strumento di comunicazione, è il luogo dove costruisce identità, relazioni, autostima. È lo spazio in cui cerca approvazione, confronto, appartenenza. Ed è proprio questa fragilità emotiva che gli algoritmi imparano rapidamente a conoscere.
Se un ragazzo guarda video legati alla magrezza estrema, ne riceverà altri sempre più radicali. Se manifesta tristezza, isolamento o insicurezza il sistema tenderà a proporgli contenuti emotivamente sempre più intensi. Se clicca su facili guadagni o modelli di successo ostentato, entrerà facilmente nel circuito delle truffe finanziarie, delle criptovalute ingannevoli, delle manipolazioni costruite attorno ai sogni e alle paure della sua generazione.
Dai social alla manipolazione psicologica
Non si tratta più soltanto di cyberbullismo o dipendenza digitale. Il problema è diventato molto più profondo. Oggi i social influenzano la percezione del corpo, del valore personale, della felicità, persino del dolore. E lo fanno attraverso sistemi automatici che premiano ciò che genera reazione emotiva, anche quando quella reazione nasce dalla sofferenza. Le famiglie intervistate nella trasmissione raccontano storie devastanti, di figli diventati irriconoscibili nel giro di pochi mesi, adolescenti intrappolati in mondi virtuali tossici, ragazzi manipolati da sconosciuti nascosti dietro profili apparentemente innocui. In alcuni casi, i genitori hanno compreso troppo tardi che dietro lo schermo si stava consumando un lento processo di isolamento psicologico.
Effetti collaterali o conseguenze previste?
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante emerso dall’inchiesta: la sensazione che i danni ai minori non siano più effetti collaterali imprevisti, ma conseguenze note e ormai integrate nel funzionamento stesso del sistema. Per anni le piattaforme si sono difese sostenendo di essere semplici intermediari tecnologici, impossibilitati a controllare tutto ciò che accade online. Ma oggi questa spiegazione appare sempre meno credibile. Le stesse aziende che riescono a profilare con precisione quasi scientifica le emozioni degli utenti sembrano improvvisamente impotenti quando si tratta di fermare reti criminali, truffatori seriali o contenuti pericolosi per gli adolescenti.
Un modello economico fondato sull’attenzione
La verità è che il modello economico dei social si fonda sull’attenzione continua. Più tempo trascorriamo online, più dati produciamo, più pubblicità vediamo. E i contenuti estremi, divisivi o emotivamente destabilizzanti funzionano meglio di quelli equilibrati. Generano dipendenza, reazioni impulsive, permanenza. Proteggere davvero i minori significherebbe forse rallentare questa macchina, rendere gli algoritmi meno aggressivi, limitare la viralità di certi contenuti, investire enormemente nella moderazione umana, accettare persino una riduzione dei profitti.
È qui che il tema diventa politico e morale prima ancora che tecnologico. La società contemporanea ha consegnato alle piattaforme digitali una parte enorme della crescita emotiva delle nuove generazioni. Mai nella storia poche aziende private avevano avuto un’influenza così profonda sulla formazione psicologica di milioni di ragazzi.
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