La tregua tra Stati Uniti e Iran è durata pochi giorni. Dopo il lancio di missili balistici iraniani contro una base americana in Giordania, Donald Trump ha promesso una nuova rappresaglia: “Colpiremo l’Iran duramente. Le prenderanno di santa ragione”, ha dichiarato ieri a Fox News. Tutti e cinque i missili, secondo le forze armate giordane e il Comando centrale statunitense, sono stati intercettati. Nelle stesse ore, caccia degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita hanno bombardato basi e depositi delle Forze di mobilitazione popolare in sette province dell’Iraq.
Il bilancio preliminare fornito dalle stesse Pmf è di almeno 20 combattenti uccisi e 32 feriti. Gli attacchi più gravi sarebbero avvenuti nelle province di Ninive e Diyala, ma sono stati colpiti anche obiettivi a Baghdad e Bassora. Le Pmf sono una coalizione di ex gruppi paramilitari nata nel 2014 per combattere lo Stato islamico e successivamente integrata nelle forze armate irachene.
Al suo interno operano tuttavia brigate filo-iraniane che mantengono una larga autonomia. Il Centcom ha definito l’operazione una “decisa risposta” agli oltre 30 attacchi con droni compiuti nelle ultime 72 ore, secondo Washington su ordine delle Guardie della Rivoluzione, contro le forze americane e le infrastrutture energetiche saudite. Riad ha accusato le milizie irachene di aver tentato di colpire impianti petroliferi nella parte orientale del Regno. I gruppi filo-iraniani hanno negato ogni responsabilità.
Baghdad: “Violata sovranità”
La presidenza irachena ha condannato i bombardamenti, definendoli “un attacco inaccettabile e una palese violazione della sovranità irachena” contro istituzioni ufficiali dello Stato. Baghdad ha però respinto anche l’uso del proprio territorio per lanciare operazioni contro i Paesi vicini. Trump ha sostenuto che i raid fossero stati coordinati con il governo iracheno, ma il premier Ali Faleh al-Zaidi ha convocato d’urgenza il Consiglio per la sicurezza nazionale e cancellato la visita prevista oggi a Riad. Il movimento filo-iraniano Al-Nujaba ha minacciato rappresaglie: Stati Uniti e Arabia Saudita, ha avvertito, pagheranno “un prezzo pesante in termini di interessi e sicurezza”.
Tre petroliere colpite
La nuova escalation ha coinvolto anche le principali rotte commerciali della regione. I Pasdaran hanno annunciato di aver colpito e costretto a fermarsi tre petroliere nello Stretto di Hormuz, accusandole di aver ignorato gli avvertimenti iraniani e di aver seguito una rotta “pericolosa e illegale”. Secondo il Wall Street Journal, Teheran ha inoltre respinto il piano dell’Oman per dividere equamente il controllo dello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha chiesto che la rotta di ingresso sia posta interamente sotto il controllo dell’Iran, lasciando a Muscat soltanto una parte di quella in uscita. “Se accetteranno questa proposta, passeremo alla fase successiva”, ha dichiarato.
Nel Mar Rosso, gli Houthi hanno invece rivendicato un attacco missilistico contro una petroliera saudita e, secondo il governo yemenita riconosciuto internazionalmente, intenderebbero imporre pedaggi alle navi in transito attraverso Bab al-Mandeb. Le tensioni hanno immediatamente spinto al rialzo il greggio: il Wti è salito di circa il 4%, oltre gli 82 dollari al barile, mentre il Brent ha raggiunto gli 87,57 dollari.
Netanyahu: “Alleanza granitica”
Dopo l’incontro di circa un’ora e mezza alla Casa Bianca, concluso senza dichiarazioni congiunte, Benjamin Netanyahu ha respinto le indiscrezioni su possibili divergenze con Trump. “I nostri critici cercavano crepe nella nostra alleanza, ma hanno trovato un muro di granito”, ha dichiarato a Fox News.
Il premier israeliano ha indicato come obiettivo comune impedire che “il regime fanatico di Teheran” ottenga armi nucleari, precisando che il risultato sarà perseguito “attraverso mezzi diplomatici o con altri mezzi”. Israele, che a febbraio aveva avviato insieme agli Stati Uniti l’offensiva contro l’Iran, non ha tuttavia partecipato all’ultima ondata di raid in Iraq. Di segno opposto la posizione dell’Ue: l’Alto rappresentante Kaja Kallas ha invitato a sfruttare ogni pausa nei combattimenti per rilanciare la mediazione ed evitare il ritorno a “una guerra su vasta scala”.





